cultura barocca
Il "Gabinetto Accademico degli Sfortunati" e le brevi relazioni con l'areale monegasco e pedemontano = l'agostiniano Fabiano Fiorato (ritratto) che disegnò le modifiche del Convento per il sopraelevamento destinato ad ospitare la Biblioteca Aprosiana e i suoi rapporti , dalla II parte già inedita dell'aprosiano Scudo di Rinaldo, con l'architetto-ingegnere di Perinaldo Francesco Marvaldo Candrasco in merito alla struttura della Chiesa del Soffragio del luogo di Campo-rosso ed i consueti contrasti con i religiosi conservatori ostili a qualsiasi modifica degli edifici sacri = vedi le realizzazione del dormitorio orientale = il chiostro oggi dopo i moderni restauri
Inf. di B. E. Durante (Imm. da "Riv. Ing. Intem., 1959) Vedi qui GIACOMO ANTONIO DE LORENZI ED ANALIZZA ANCHE I RAPPORTI DELLO STESSO CON I PREDECESSORI ANGELICO APROSIO E DOMENICO ANTONIO GANDOLFO CUI IL DE LORENZI SUCCEDETTE COME TERZO BIBLIOTECARIO DELL'APROSIANA DI VENTIMIGLIA ( inoltre clicca qui per approfondire il discorso sul personaggio anche in relazione alla vita del Il "Gabinetto Accademico degli Sfortunati..." e le brevi relazioni con l'areale monegasco e pedemontano) e quindi clicca qui come secondo Nicola Orengo, molto materiale andò perso e/o rubato, anche a riguardo del De Lorenzi in relazione agli eventi drammatici in Ventimiglia della II Guerra Mondiale): tra i contributi libreschi che può aver ingressati all'Aprosiana non è da escludere -pur restando tutto un sostanziale enigma- la parziale trasposizione manoscritta (vedi) del volume LA BOTTEGA DE' CHIRIBIZZI , che contiene, in ventotto sezioni dette SCATOLE componimenti dei più vari generi e metri e da cui, con parecchi altri, è stato recuperato un sonetto stampato, poi trascritto con grafia decorosa utilizzandone lo stesso titolo di OROLOGIO SOLARE IN UN MURO D'UN CACATOIO, e quindi inserito in un MANOSCRITTO poi pervenuto nella biblioteca di Girolamo Rossi (conservato con altro titolo come qui si legge presso l'Istituto di Studi Liguri di Bordighera, entro appunto la "Biblioteca di Girolamo Rossi"). Il sonetto Orologio Solare in un muro d'un cacatoio con la terzina finale apparentemente quasi escrologica dettante "Che al tempo corruttor tutto è soggetto / E ch'al tirar dell'ultima correggia / Ogni cosa mortal non vale un petto" [ ed invece accettabile anche in un contesto religioso quale poetica e bizzarra ma non sciocca né banale alternativa al monito seicentesco del memento mori (qui leggibile digitalizzato dal testo a stampa e qui invece trascritto modernamente e con analisi critica)] altro non è che una delle liriche, come scritto, dei settori o Scatole (nel caso la Scatola XVIII o dei "Sonetti Giocosi") cui son divisi i componimenti contenuti ne La bottega de' chiribizzi (intitolato Libro di Cansonette, Madrigalli e Sonetti nella citata riduzione manoscritta della "Biblioteca G. Rossi dell'I.I.S.L.) dell'ormai misconosciuto poeta milanese CESARE GIUDICI (vedine qui il RITRATTO) a volte invece acuto indagatore dell'incupimento esistenziale e della malinconica attestazione della fugacità della vita conseguenza delle tante calamità che caratterizzarono il '600, sensazioni negative peraltro già prima che dal Giudici recepite letterariamente anche come qui si legge da Pier Francesco Minozzi bizzarro erudito di Monte San Savino e da Angelico Aprosio = "...ch'Atropo crudelissima ben è lesta a tagliar le fila per via di gran sciagura [ma per sciagura Aprosio intendeva anche il cambio del vento della Fortuna, per lui esemplificato dalla tragedia di Giacomo (Jacopo) Gaufrido da gran gloria decaduto sin all'oltraggio del patibolo (vedi "La Biblioteca Aprosiana del 1673" a pag. 550, n. 3 = voci evidenziate in rosso attive e multimediali)].

Di Cesare Giudici non è conservata alcuna traccia nelle storie letterarie: le sole notizie che lo riguardano sono ricavabili da Filippo Argelati (Philippi Argelati ... Bibliotheca scriptorum Mediolanensium, seu Acta, et elogia virorum omnigena eruditione illustrium, qui in metropoli Insubriae, oppidisque circumiacentibus orti sunt; additis literariis monumentis post eorundem obitum relictis, aut ab aliis memoriae traditis. Praemittitur Clarissimi viri Josephi Antonii Saxii ... Historia literario-typographica Mediolanensis ab anno 1465. ad annum 1500. nunc primum edita; una cum indicibus necessariis locupletissimis. Tomus primus [-secundus] Pubblicazione: Mediolani, in aedibus Palatinis, 1745 4 v. ; fol - Nel titolo i numeri 1465 e 1500 sono espressi: MCDLXV e MD - I vol. 1.2 e 2.2 sono preceduti da occhietti: Bibliotheca scriptorum Mediolanensium. Tomi primi [-secundi] pars altera ) che ritiene Cesare Giudici nobile milanese, nato il 25 giugno del 1634, laureato in diritto, dedito però alle lettere, e studioso operante nel Collegio Borromeo; morì ottantanovenne il 19 marzo del 1724.
Secondo l'SBN nelle biblioteche italiane di Cesare Giudici si conservano:
- Le auuenturose disauuenture d'amore diuise in sei nouellette dal caualier Cesare Giudici, In Milano: Malatesta, Marco Antonio Pandolfo, 1703
- Il Bellerofonte drama per musica. Del dottor Cesare Cesarini Accademico Fantastico. All'eccellentissimo signor marchese di Robe .., In Milano: Ramellati, Ambrogio, 1674
- L' osteria magra del dottor Cesare Giudici accademico faticoso. Aggiunteui nel fine alcune lettere critiche dello stesso autore, Milano: Agnelli, Pietro, 1815
- L' osteria magra del dottor Cesare Giudici accademico faticoso. Dedicata all'illustrissimo sig. dottore Giouanni Abbiate Forieri .., In Padoua: senza nome, 1692
- Il mondo senza giudizio, Milano: Malatesta, Marco Antonio Pandolfo, 1714
- L' osteria magra del dottor Cesare Giudici ..., Padova
- Il genio mercuriale del cavaliere Cesare Giudici dedicato all'illustrissimo signore don Giovanni Olgiati ..., In Milano: Malatesta, Marco Antonio Pandolfo, 1711
- L' Osteria Magra del dottor Cesare Giudici accademico faticoso, In Venetia: Lovisa, Domenico <1.>, 1720
- Le pazzie per far cervello. Consigli politici, e morali del dottorr Cesare Giudici dedicati al merito dell'illustriss. sig. dottor Matteo Abbiate Forieri consultore del , In Milano: Ramellati, Ambrogio, 1680
- L' osteria magra del dottor Cesare Giudici accademico faticoso, In Venezia: Lovisa, Domenico <1.>
- L' osteria magra del dottor Cesare Giudici accademico faticoso, In Venetia: Lovisa, Domenico <1.>, 1714
- L' osteria magra del dottor Cesare Giudici accademico faticoso, aggiuntevi nel fine alcune lettere critiche dello stesso autore, In Venezia: Bassaglia, Giammaria, 1786
- L' osteria magra del dottor cesare giudici accademico faticoso. Aggiuntevi nel fine alcune lettere critiche dello stesso Autore, In Venezia : 173?
- Le fantasie rurali con le lettere de' cervelli alla moda del cavaliere Cesare Giudici, In Milano: Malatesta, Marco Antonio Pandolfo, 1704
L'opera più originale e verisimilmente migliore Cesare Giudici è però quasi certamente La bottega de' chiribizzi, che contiene, in ventotto sezioni, o scatole componimenti dei più vari generi e metri e da cui, con parecchi altri, è stato recuperato un sonetto stampato (qui nel testo edito del 1685 -cui seguirono varie edizioni settecentesche- stampato nella Scatola VIII = "Sonetti Giocosi) poi trascritto con grafia decorosa utilizzandone lo stesso titolo di Orologio Solare in un muro d'un cacatoio, e quindi inserito in un manoscritto poi pervenuto nella biblioteca di Girolamo Rossi [qui a titolo documentario si riportano altri sonetti manoscritti sono come qui si vede Ritratto della sua D. Bella, e Crudele (qui nel testo a stampa nella Scatola VII = "Sonetti Serij) ed Amante Fedele (qui nel testo a stampa nella Scatola VII = "Sonetti Serij) quindi sempre nel citato manoscritto della Biblioteca Rossi i sonetti qui sempre recuperati dalla I edizione dell'opera O adesso, o mai (nel testo a stampa entro la Scatola VIII = "Quesiti Amorosi") e poi O dire, o fare (qui nel testo a stampa nella Scatola VIII = "Quesiti Amorosi") ].
Il titolo esatto dell'opera a stampa è La Bottega de' chiribizzi del dottor Cesare Giudici dedicata all'illustrissimo sig. dottore auuocato Matteo Abbiate Forieri .., In Milano : per Ambrogio Ramellati, 1685 , [16], 344 p. ; 8o. - Cfr. COPAC - Segn.: [croce]8, A-X8 Y4 - Impronta - laer m-s- e.o. UnEf (3) 1685 (R) Nomi: Giudici , Cesare <1634-1724> - Localizzazioni: Biblioteca comunale - Palazzo Sormani - Milano - Biblioteca Civica Ricottiana - Voghera - PV - Biblioteca universitaria Alessandrina - Roma
L'opera, dedicata come si legge nel frontespizio "all'illustrissimo sig. Dottore Avvocato Matteo Abbiati Forieri", presenta una dedicatoria a questo personaggio e due avvertenze (alle "belle Signore" e "a' Censori"),
e questo prologo o
Erezione della bottega
in cui si legge:
"Sin dai primi anni, e con le prime piume del mento, nacquero i grilli del mio cervello, dal capo di Mercurio e dalla pancia di Venere il mio ascendente sortì: l'una inclinommi al Diletto, l'altro alle Muse. Non mi parea di star bene se ogni giornata non prendeva un sorso del caballino, ma come che l'acque portate fuori dalla sorgente perdono in parte il sapor natio, determinai di trasferirmi alla fonte. Ben conosceva che la mia gamba non avea forza valevole per superare l'asprezza del camino, onde una volta passando a caso dal mio paese il volator pegaseo, non osando saltargli in groppa, me gli attaccai alla coda, e feci sì che strascinommi in Parnaso. Giunto al cospetto del grand'Apollo, isfoderai fuori non so che pochi scartafacci che alla rinfusa teneva in tasca. Sorrise il Principe alla bislacca invenzione de' miei Capricci, ma rise più quando squadrandomi tutto da capo a piedi appena trovommi adosso la terza parte d'un uomo. Chiedette però ciò ch'io volessi, et io risposi che, benché indegno, desiderava d'esser ammesso al suo servizio, et esser posto nel rollo de' suoi seguaci. Crollò egli il capo, e soggiunse che insufficienti ancora erano i miei ricapiti, e mal corrispendevano i meriti al desiderio, che a tempo e luogo mi avrebbe fatto contento e che fra tanto non trascurassi l'abilitarmi all'onore et avanzarmi nel credito de' miei talenti.
Mortificato dalla repulsa e vergognoso di ritornare alla patria sì inglorioso, pensai di far prattica di trattenermi colà sotto la protezione di qualche amico insin che il cielo e la sorte aprissero al mio desire varco più degno. Né pure in ciò fui consolato, poiché tre giorni e tre notti girando attorno non ritrovai né pur uno di quegli eroi che di buon occhio mi guardasse, onde schernito da molti e compatito da pochi fui necessitato a partire. Ero ormai giunto a piè del monte, e già con viso dolente prendeva congedo da quelle cime beate, quando nel fondo d'una gran valle mi venne al guardo una mendica vecchiarella. Era ella magra, cenciosa e malinconica, ciò non ostante s'affaticava tutta con un uncino ch'aveva in mano a tirar fuori d'un vicin fiume certe scritture che la fugace corrente portava seco. Andavale poscia di mano in mano stendendole al sole, et asciugate ch'ereno, le riponeva al coperto d'una sua angusta capanna, che fabbricata di vimini e di creta teneva sotto le ciglia d'un'alta rupe. La stravaganza della persona, ma più del suo esercizio, mi mosse ad interrogarla chi fosse e che facesse. Io sono, rispose, la Discrezione, che discacciata da tutti e sbandita dal mondo tengo a buon patto il ricoverarmi in questo luogo: il fiume che qui scorre è un ramo del fiume Lete, che doppo aver ispurgato dall'immondezze tutto Parnaso si sepellisce in questa valle. Le carte ch'io qui raccolgo sono le fatiche di certi ingegni disgraziati che, consumando il tempo in cose vane e ridicole, non hanno appresso le Muse né lode, né fortuna. Io le consegno di tempo in tempo alla Curiosità, et ella dispensandole a' suoi amici, con un guadagno comune, provede a' suoi et a' miei bisogni.
A riso et a pietade mi mosse il discorso della donna; considerando nulladimeno che i miei componimenti erano appunto di quelli ch'ella s'andava procacciando con tanto incommodo, me ne offerii mallevadore d'ogni travaglio e le promisi, quando si fosse compiacciuta tenermi seco, di provederla in tanta copia di questa mercanzia che non avrebbe più avuto d'uopo mendicarla altronde. Accettò ella il partito, e stimolandomi all'opra, senz'altro dire mi prese a mano e mi condusse al suo tugurio. V'era in un angolo di questo una gran botte che, consunta dal tempo e logorata dal tarlo, mostrava d'esser colà qual cosa inutile e derelitta. Chiedei alla vecchia a che servisse, et ella: Questa è, rispose, la casa dove abitava il gran Diogene; ella gran tempo è stata esposta a tutte l'ingiurie del cielo, et ha servito di scherno e di ludibrio agli scioperati ignoranti. Apollo per riverenza la fe' portar in Parnaso e consegnolla alle Muse, ma elleno invece di venerarla come un prezioso deposito della fama e un'insigne reliquia della più fina sapienza, se ne servivano di cloaca e di sterquilinio. La fece perciò gettar fuor delle mura, et essa rotolando giù per la schiena del monte venne casualmente a mettersi a piè del mio abitacolo. D'allora in qua mai non s'è mossa da questo sito, e mi è di commodo grande, poiché giungendomi a casa qualche straniero gliela do per camera e per alloggio, e non essendovi alcuno la faccio armario e dispensa, e in lei ripongo quel poco che dall'industria mia e dall'altrui pietà mi vien compartito. Questa e non altra ha da esser la tua abitazione, tanto più nobile quanto di già appigionata al più famoso filosofo dell'universo e celebrata da tutte le accademie de' sapienti. Qui sta in tua mano il fermarti finché tu vuoi, che sempre cara et amabile riuscirammi la tua virtuosa conversazione.
Sì mi fu grata l'esibizione del dono che, non vedendo l'ora d'esserne al possesso, immediatamente vi corsi dentro. La ritrovai comodissima al mio disegno, anzi in quel ponto pensando al ministero ch'io esercitar doveva, più da mercatante che da poeta, non ebbi a vile il dichiararmi per tale. M'accinsi dunque, unitamente con la mia oste, a fabricare di scorze d'alberi diverse Scatole, e con tal ordine le disposi per ogni lato che sito assai bastevole restommi in mezzo per alloggiarvi la mia persona. Allora fu che con l'aggiungere al suo antico due altre lettere, a ragione del traffico da me intrapreso, di botte la nominai BOTTEGA. L'andai poscia fornendo di varie merci che, come uscite da uno strano umore e fabricate da una bisbetica fantasia, da se medesime si guadagnarono il nome DI CHIRIBIZZI. A richiesta de' curiosi io questa mane l'ho apperta, et acciò che ognuno a suo genio possa servirsi, ho qui d'avanti poste le scatole, per le cui robbe non si pretende altro prezzo che quel mendico che gentilmente può provenire dalla bontà di chi ha giudizio per compatire e non biasimare le cose altrui, benché sciapite e disgustose
".
Nella Scatola degli Scherzi Giocosi si legge il sonetto Orologio Solare in un muro d'un cacatoio il quale altro non è che uno dei componimenti contenuti nel Libro di Cansonette, Madrigalli e Sonetti: il De Laurentis la cui firma compare a fine ogni pagina (vedi se necessario facendo scorrere l'immagine sino a fondo riproduzione) può esser stato il donatore od il trascrittore di quest'opera, certamente non ingressata dall'Aprosio (morto nel 1681 mentre la pubblicazione è del 1685) = a meno che non la pubblicazione ma la raccolta manoscritta, che in effetti si è potuta studiare e che non risulta corposa quanto il reperto a stampa induca a pensare che ne sia stata fatta una scelta e selezione di opere trascritte a mano con calligrafia nemmeno del Gandolfo - non sia da collegare all'Aprosiana in virtù dell'operato di quel terzo bibliotecario dell'Aprosiana che fu
GIACOMO ANTONIO DEL LORENZI (CLICCA E LEGGI ANCHE PER VISUALIZZAR LE INIZIATIVE CHE LO CARATTERIZZARONO)
ed in merito al quale Girolamo Rossi nella sua Storia della Città di Ventimiglia del 1886 pubblicò da p. 229 queste importanti considerazioni estensive anche in rapporto alla cultura e scolarizzazione in Ventimiglia nell'epoca = per quanto questo terzo bibliotecario non sia citato da Nicola Orengo nelle sue osservazioni sulla cultura del suo tempo e sui resti dell'antico patrimonio sia museale che biblioteconomico in Ventimiglia rimane ancora utile seppur agilissimo (forse troppo) il suo testo Ventimiglia e dintorni - Guida illustrata, storica, artistica, amministrativa, commerciale e industriale, edita nella raccolta “Nuova Italia” - Torino – 1922 di cui in merito si è trascritta qui una sequenza significante e importante specie in rapporto alla situazione della Biblioteca Aprosiana = non si può escludere che per motivi di studio questo manoscritto con altro materiale concernente la Libraria quanto Aprosio e il successore Gandolfo sia stato momentaneamente custodita nella "Biblioteca Girolamo Rossi" ( che, giova ripeterlo, era anche bibliotecario-riorganizzatore della "Libraria intemelia") = del resto tra gli studiosi nel XIX secolo di biblioteche, impegnati dopo la catastrofe di tante guerre a ristudiare e catalogare, specie potendo sfruttare una luce migliore di quella di Biblioteche relegate se non semi abbandonate in spazi angusti e bui da antica sine cura, non era raro portarsi nello studio personale, anche per lavorare nottetempo, documenti altrimenti incomprensibili per la scarsa visibilità o la carenza di idonea strumentazione: non è impossibile che dopo la morte del grande studioso qualche cosa, ancora in corso di sua disanima critica, sia rimasto tra il materiale della di lui Biblioteca: materiali e documenti quindi pervenuti quale cessione/donazione ad opera degli eredi all' importantissimo centro culturale costituito dall' "Istituto Internazionale di Studi Liguri" di Bordighera della "Bibloteca Rossi" [ Biblioteca di cui in seguito Nino Lamboglia Direttore dell'Istituto fece pubblicare un utile "Regesto" sotto titolo di "Biblioteca Girolamo Rossi" = a titolo documentario è da precisare che in siffatto Regesto della "Biblioteca di G. Rossi" compare di Girolamo Rossi un manoscritto inedito ed incompiuto (segn. VI, 98, con vari documenti ed osservazioni anche sul Gandolfo, ma senza particolari cenni elgiativi o notizie di peculiare novità)].
E' però cosa, che oggi risulta decisamente decisamente strana, che nel citato Regesto l'opera muti titolo e non risulti attribuita a Cesare Giudici ma porti la denominazione di Libro di Cansonette, Sonetti e Madrigalli le ragioni possono essere molteplici ed accettando che il manoscritto sia stato prodotto da Giacomo Antonio De Lorenzi, cioè un agostiniano, nemmeno si può escludere che, attesa la scelta di molte composizioni poetiche non esenti da slanci amorosi o da considerazioni sfioranti l'escrologia si sia ritenuto opportuno cautelarsi con un titolo diverso dificile a comportare correlazioni immediate con quello di Cesare Giudici non privo di affermazioni e temi potenzialmente giudicati inadatti ad esser conservati in una biblioteca fratesca specialmente sita nel contesto del Dominio di Genova ove da tempo sussisteva la discussione -di matrice eclesiastica ma non solo- sull'eccessiva libertà comportamentale delle donne genovesi essendo l'opera del Giudici rivolta peraltro, eminentemente, al sesso femminile.
Mutatis Mutandis anche questo ragionamento può però rivelarsi un sofisma, partendo il tutto dal principio che il cognome "De Lorenzi" si riferisca a Giacomo Antonio De Lorenzi terzo bibliotecario dell'Aprosiana: le tirature dei libri erano spesso modeste numericamente, attesi i costi della stampa e la crescente mancanza di mecenati: ed anche se Aprosio invitava a pubblicare ad ogni costo lui stesso per le ragioni qui espresse aeva dovuto rinunciare ad editare opere cui teneva: altri non avevano poi i mezzi di procurarsi tutti i libri pubblicati ed ecco che si ricorreva da parte dei lettori a trascrizioni delle sarcine che interessavano, magari mettendo su ogni pagina il proprio nome come attestato di proprietà (oppure di donativo) dell'oggetto libresco: di modo che, ipotizzando che il "Lorenzi" più volte trascritto nulla abbia a che fare con "Giacomo Antonio De Lorenzi" ma ad uno sconosciuto trascrittore parziale (o in altri casi integrale) dell'opera nulla vieta di pensare che Girolamo Rossi abbia ottenuto da altra sede la copia in oggetto per poi ingressarla nella propria personale biblioteca con un titolo altenativo [del resto era abbastanza frequente che testi non facilmnte reperibili venissero donati a bibliofili e biblioteche come nel caso del lirico marinista Scipione Caetano (manoscritto tuttora custodito all'Aprosiana) e che tra i manoscritti vi fossero talora vere e proprie gemme come una variante unica al mondo delle Obras di Gongora e il manoscritto, sconosciuto in Spagna di un'opera solo recentemente edita da una studiosa italiana, di Juan Pablo Martir Rizzo la Consolatoria al Senor Juan Maria Cavana en la Muerte de su Padre (vedi ancora dalla "Libraria" intemelia))].

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