Aprosio nel suo repertorio biblioteconomico edito nel 1673 con lo stesso titolo della sua Libraria intemelia, prima biblioteca ligure vale a dire
La Biblioteca Aprosiana Passatempo Autunnale..." si impegna a qualificare il clima e l'ambiente di Ventimiglia negando l'opinione corrente del '600 che definisce questa città insalubre al pari di Albenga la cui piana è ammorbata, specialmente quando nel fiume Centa si mettono a macerare i "canapi" pur ammettendo che anche nel corso del fiume Roia, ma in misura a suo parere alquanto ridotta e poco dannosa dell'ambiente si proceda alla coltura di canapi con relativi inquinanti processi di macerazione [in maniera partigiana, è onesto dirlo, l'erudito frate elude invece le riflessioni sulle acque stagnanti dei "Paschei" motivo a Ventimiglia di casi di malaria di cui ancora si legge in questa Lettera di Ser Teofrasto Mastigoforo al Sig.r Filippo Buttari da Osimo scritta nell’anno 1744].
Questo impegno celebrativo della città dipese dal desiderio di far intendere che il ritorno a Ventimiglia non era stata una "sconfitta", come alcuni suoi eruditi contatti pensavano definendola città insalubre, periferica e senza significative valenze culturali, ma un ritorno alla quiete operosa idonea per garantirgli l'agognato e classicheggiante otium negotiosum.
Aprosio, bisogna ammetterlo era però un umorale, e non mancò di esternare i suoi flussi di pensiero, alimentati in particolare quale sua risposta alle contestazioni subite per l'erezione nel convento agostiniano della sua grande biblioteca, e reagì con una certa acredine ammettendo d'essersi pentito, dopo aver rifiutate allettanti proposte di sistemare la propria "Libraria" in sedi prestigiose, d'averle data sede in una città ove non trovò la quiete tanto agognata, ed invece esperita a Siena e Venezia giungendo a definire la natia Ventimiglia una città
ove "...li Poeti non fanno numero..." (pag. 258, riga XIII dal basso) sì che parlando di Paolo Agostino Orengo (pag. 258, riga IV dal basso) nel suo repertorio del 1673 La Biblioteca Aprosiana), dopo aver elencato per suo giudizio la pochezza di poeti nella città ligure, gli consiglia di recarsi altrove se intende aver successo nella "Repubblica delle Lettere"[ Paolo Agostino Orengo fu autore sotto pseudonimo di Apolo Stenonio Gorago de La Musa Ventimigliese centuria di sonetti in dialetto intemelio )]: tale consiglio dipendeva dal fatto che per Aprosio "[a Ventimiglia] molti disprezzano la Poesia: Ma chi sono costoro? Persone appunto di nissun talento / gente a cui si fà notte innanzi sera' "[ giudizio elaborato sulla base del verso 39 del Triumphus Mortis ("Trionfo della Morte") di Francesco Petrarca] affermazione acida cui il frate ne allega anche una decisamente cruda per cui sempre a Ventimiglia, terra di buon vino moscatellino, non ci si curerebbe di bere il vino per trarne ispirazione poetica come da alcuni sostenuto ma addirittura "lo si tracannerebbe"
[ pur se queste considerazioni critiche avverso il bagaglio culturale dei cittadini di Ventimiglia per molti aspetti sono un concentrato di altre e più generali esperienze attestate dall'intellettualmente aristocratico Aprosio = egli infatti entro il Capitolo o "Grillo XIII" della Grillaia del 1668 sviluppò un discorso su livello panitaliano e addirittura paneuropeo redigendo in pratica un trattatello intitolato
Della poca stima, che si fà delle buone lettere, e de' Letterati, e della cagione in cui affrontò
il tema dell'epocale disinteresse per la letteratura, su scala assai più estesa di quella riservata alla città natale, facendo ruotare il senso delle riflessioni intorno alla rarissima Satira Nos canimus surdis verosimilmente opera del "Persio pistoiese" Nicola
Villani] .
E' qui doverosa una precisazione = siffatte esternazioni aprosiane sulle carenze culturali in Ventimiglia
[ motivate dall' indole non facile di sì grande erudito già a Venezia definito "poeta" nel senso di personaggio mutevole e talora imprevedibile a testimonianza di un carattere propenso alla polemica anche accesa come, solo per proporre degli esempi, nei casi a riguardo di Tommaso Stigliani non escluso il di lui figlio ed altresì di Arcangela Tarabotti: espressioni polemiche attestate per quanto concerne la residenza in Ventimiglia dalla reazione dell' agostiniano alle opposizioni patite per le iniziative culturali da lui realizzate e proposte nella città]
non furono condivise dal suo illustre discepolo e successore Domenico Antonio Gandolfo che all'opposto mai mise in discussione le potenzialità culturali della città cercando di coagulare intorno alla Biblioteca i non pochi eruditi che, come qui si può leggere, aveva individuato nel Capitanato intemelio e che aveva cercato di far interagire sottraendoli all'isolamento intellettuale.
Occorre però aggiungere che Aprosio in vari casi aveva la ragione dalla sua parte sfuggendo, pur di sostenere la propria verità, a quel modo di comportarsi per evitare scontri diretti teorizzato da Torquato Accetto nella su opera Della Dissimulazione Onesta :
l' indole fumantina dell'agostiniano intemelio fu per esempio destinata ad evolversi in aperta ed anche coraggiosa polemica sui motivi veri di certe degradate condizioni ambientali di Ventimiglia, che ad un certo punto si trovò a dover definire città "dal cielo di aria grossa" (pag. 259, terza riga dall'alto del citato repertorio biblioteconomico) giungendo il frate a citare precise responsabilità sul fatto per cui
siffatta città "dal cielo di aria grossa" aveva certamente problemi ambientali ed igienici, causati da privati, sia di città che di ville, ma soprattutto persistenti ed aggravantisi per carenze di pulizia e accumulo di immondizie
sì da affermare, senza paure e quindi senza autocensurarsi, che alla pulizia della città
".....potrebbero porger rimedio li Capitani, li Commissarii, o Governatori, che si appellino: li Sindici, o siano Consoli della Città: e lo farebbero, se fussero così zelanti del publico, quanto del proprio interesse....." e ad integrare questa osservazione in maniera
sarcastica metaforicamente mascherando un acidissimo sorriso aggiunge = "Mà mi perdonino, se dico, che non l'intendono. E che forse nel comune non c'entra l'interesse particolare? Se ci sarà materia, che porti l'infettione dell'aria, non toccarà forse
[anche]
a loro [amministratori della città]il respirarla?