Anche presso la Serenissima Repubblica di Genova in base ai cinquecenteschi Libri Criminali esisteva l'Urna lignea per le denunzie anonime: modo di denunciare contro il quale, essendone anche stato vittima in Venezia, Aprosio manifestò pubblicamente il suo disappunto rifacendosi a quanto ne scrisse Antonio Abati apertamente ostile a questa vile maniera di accusare in segretezza varie persone . L'Aprosiana di Ventimiglia conserva tanto materiale sul costume seicentesco dell'Urna "lignea" onde denunziare per mezzo di quelle che erano dette "lettere orbe", secondo il costume epocale del diritto intermedio casi di crimini sia religiosi che penali e per evitare fraintendimenti si badi bene che al vertice di questi "crimini" era la legge dello Stato che poneva quelli che erano reputati "criminali supremi" cioè i Bestemmiatori o Blasfemi e gli Omosessuali riservando secondo i dettami di tale legge penale se affidarne il giudizio alla giustizia dello Stato od a quella della Chiesa
CLICCA QUI PER RITORNARE ALA HOME-PAGE DI "CULTURA-BAROCCA"
Espressamente l'uso a Genova, come in tutto il suo Dominio di questa forma di delazione, si legge nei menzionati Statuti Criminali del '500 in merito al Capitolo I del Libro II o Delle Pene che dettava "...entro la Cattedrale di S.Lorenzo o chiesa metropolitana, e nelle Parrocchie di castelli o cittadelle fortificate, sia deposta un'urna lignea in cui ognuno possa introdurre, annotate su un foglietto, tanto le generalità di qualsivoglia bestemmiatore o degli eventuali testimoni, come le coordinate spazio-temporali del delitto perpetrato. Le chiavi di tale cassa verranno conservate, in Genova, dai soli Procuratori mentre nei centri minori del Dominio le custodiranno i Deputati locali eletti dall'Università o Comunità degli abitanti. Solo una volta alla settimana sarà lecito aprire la cassa ed investigare le delazioni segrete onde vedere se vi sia da intervenire tempestivamente avverso qualche malfattore...) esisteva pure la Bocca della Verità (come si vede nell'immagine sopra dell' esemplare sito presso il Palazzo Ducale cioè la Residenza del Doge di Genova anche se questa "lapide era deputata come si legge per le delazioni segrete ai Supremi Sindicatori e non ai Giusdicenti in Generale e nemmeno all'Inquisizione per cui valeva preferibilmente la citata "Urna Lignea") = più ramificato ed assai vario nelle forme era
l'utilizzo di queste "Bocche" pubblicamente esposte
a Venezia e dette -pur con la stessa funzione delatoria- nome di Bocche di Leone.
Era un'epoca in cui l'anonimato (il "Vivere in Maschera") era un mezzo per sopravvivere e vendicarsi: e di ciò avevano timore -in ragione dei contenuti delle loro opere- gli stessi scrittori servendo tal forma di delazione ad entrambe le Leggi cioè dello Stato che della Chiesa: ed è per questo che fu frequente sempre a fronte delle Denunzie e quindi della Censura sia dello Stato che della Chiesa che si ricorse spesso dall'anonimato alla pseudonimia sin alle scritture cifrate ecc. fatto che caratterizzò -ma certo non lui solo- il frate ventimigliese Angelico Aprosio.
L'anonimato non era però esclusivo del denunziare cercando di non esporsi, avveniva anche in altri campi tra cui merita una citazione il caso della "Ruota degli Esposti" ove in teoria i poveri e specie le ragazze disperate e sole potevano abbandonare i figli nati fuori del matrimonio evitando loro -affidandoli a strutture assistenziali escclesiastiche- una vita ben peggiore, spesso vittime dei comprabambini e dei "mercanti di meraviglie" provenienti dalle famigerate "Corti dei Miracoli"; purtroppo -sempre approfittando dell'anonimato- anche famiglie abbienti per non disperdere tra troppi figli i patrimoni ricorrevano alla "Ruota degli Esposti" tanto che la Chiesa dovette intervenire per frenare questi abusi (cosa che oltre che nei documenti e nei decreti era ben sancita da lapidi apposte nei pressi dei luoghi ove solitamente si affidavano i neonati alla pubblica carità come si vede in questa lapide e nel contenuto ammonitorio che vi si legge).
Dalla cattedrale alle chiese parrocchiali della città (come in tutto il dominio di Genova, erano poste le "urne di legno" equivalenti alla più note veneziane "Bocche della Verità" di cui un esemplare pure esisteva nella capitale. Era un'istituzione per favorire quella perniciosa costumanza tuttora in auge delle lettere anonime di denunzia: lettere che per esempio portarono alla denunzia sia delle donne del capitanato di Ventimiglia accusate di aver partecipato ai riti stregoneschi di Peirinetta Raibaudo od ancora certa Maria Toscana di Vallebona accusata ed inquisita quale strega ostetrica e divinatrice.
Ma l'Urna serviva anche ad altro come alla denuncia dei libelli famosi tra cui erano anche ascritti i possessessori di Pasquinate come quella tuttora custodita all'Aprosiana stessa.
ed anche tanti tra cui i supposti eretici, maghi o streghe come pure i perpetratori di sfide a duello come quello qui proposto ed anche chi girava in città e borghi con armi proibite dalla legge.
Angelico Aprosio scrisse contro l'abuso di queste denunzie anonime eppure anche lui che pure non mancò di denunziare pubblicamente personaggi di rilievo dagli stipendiati medici condotti che non si recavano a curare i residenti delle ville sino, non senza coraggio,
cogli amministratori di Ventimiglia che dichiarò più interessati al proprio benessere che a quello pubblico senza escludere dai suoi rimbrotti frati e confratelli non mancò in modo conforme al tempo di scrivere in maschera ovvero sotto pseudonimo, per quanto facilmente dai contenuti se ne evidenziasse l'identità solo in un caso non svelando chi fosse il religioso, forse molto potente, che si oppose all'erezione in Ventimiglia della sua biblioteca e che menzionò sotto vari soprannomi tra i quali prevale quello di Tragopogono
In un'epoca permeata dal pericolo di pubblicare libri proibiti Aprosio ricorse all'epocale costumanza di far editare le sue opere sotto pseudonimo facendo propria anche la conoscenza della la conoscenza della crittografia anche per ricevere messaggi su pubbliczioni a rischio di inserimento nell'Indice dei Libri Proibiti come si evince da questa lettera con cui l'amico Cavana gli annunciava la prossima pubblicazione di un volume dai contenuti possibilmente a rischio di inquisizione.
A pochi fidatissimi amici tra i suoi moltissimi corrisponenti elencati a questo collegamento prese a rispondere in siffatto periodo di limitata libertà di espressione e stampa in virtù di una scrittura crittata loro resa nota e che chi scrive queste note ha scoperto entro il manoscritto ora pubblicato dell'inedito Scudo di Rinaldo II trascritto sempre da chi qui scrive nei fogli terminali dell'opera è stata scoperta e registrata una scrittura cifrata che utilizzava con simboli sotto i quali si leggono le corrispondenti lettere. Purtroppo le lettere aprosiane non sono rimaste tranne quelle al Magliabechi cui l'agostiniano intemelio scrisse sempre in chiaro dato il rapporto particolarissimo: ciò non ha impedito di individuare e decifrare una sarcina delle ritenute perse
Antichità di Ventimiglia questa breve passo che tratta di una sua scoperta e appropriazione per il suo ora disperso Museo annesso alla Biblioteca di Ventimiglia di reperti di romanità in quella che era detta "Villeggiatura di Latte": la prudenza già attestata in una "lettera" al conte Giovanni Ventimiglia nella mendace affermazione di aver abbandonato i suoi studi su Ventimiglia e soprattutto su Ventimiglia romana fu plausibilmente legata ad una certa prudenza nel non urtarsi con G. Lanteri reputato in città lo storico della città già sferzato dall'agostiniano per alcuni svarioni sulla topografia della città romana e sulla collocaziuoni di alcuni reperti classici