Informatizzazione curata da B. E. Durante

GIOVANNI BATTISTA o GIOVAMBATTISTA PERGOLESI (qui effigiato in un ritratto di A. Vaccaro) vide la luce a Jesi nel 1710-Pozzuoli 1736). Il padre Francesco Andrea Draghi, già detto "il pergolese", da famiglia originaria di Pergola, comune delle Marche in provincia di Pesaro, assunse il cognome PERGOLESI onde connotare il proprio casato. Superstite di 4 figli, compiuti i primi studi con F. Santi (maestro di cappella del duomo) e con il violinista F. Mondini (maestro della cappella comunale), GIOVAMBATTISTA a 15 anni si iscrisse al Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo in Napoli in forza della filantropia di alcuni nobili jesini. Studiò il violino con D. De Matteis e composizione con G. Greco e F. Durante. A lusinghiero esito della rappresentazione della sua prima opera seria, Salustia (1731), venne incaricato quale maestro di cappella del principe di Stigliano. Tra 1732 e 1733 conseguì dei veri trionfi con Lo frate 'nnamorato e La serva padrona, ma abbastanza sorprendentemente, nel 1735, la sua Olimpiade (sul testo dell'omonimo DRAMMA di Pietro Metastasio, già rappresentata nel 1733 e musicata da Antonio caldara) conobbe un insuccesso clamoroso a Roma. Delusissimo il PERGOLESI riparò a Napoli, dove alcuni aristocratici suoi protettori gli fecero la promessa di ottenere il posto di maestro della cappella reale, cosa che però, con sua nuova amarezza, non potè avvenire essendo ancora vivo il titolare D. Sarro. Fu un magro compenso per il PERGOLESI l'incarico quale organista soprannumerario. Potè tuttavia consolarsi presto con il grande successo del Flaminio (1735): subito dopo si dedicò alla composizione del Salve Regina e dello Stabat-Mater al convento dei cappuccini di Pozzuoli.
Qui, ammalato gravemente di tisi, S1 era ritirato sperando di trarre benessere terapeuticodal rinomato buon clima ma morì a soli 26 anni, nel 1736, pochissimo tempo dopo aver completato lo Stabat Mater: per una disanima critica e bibliografica di questo artista si può consultare a titolo introduttivo la voce PERGOLESI GIOVANNI BATTISTA curata da Gustavo Marchesi per il "Grande Dizionario Enciclopedico" (UTET, Torino), volume XV.









L'OLIMPIADE DI PIETRO METASTASIO
ARGOMENTO
ATTO PRIMO
ATTO SECONDO
ATTO TERZO
LICENZA












Dramma [l'OLIMPIADE] rappresentato con musica del Caldara la prima volta nel giardino dell'imperial Favorita, alla presenza degli augusti regnanti, il dì 28 agosto 1733, per festeggiare il giorno di nascita dell'imperatrice Elisabetta, d'ordine dell'imperatore Carlo VI [la musica della PRIMA RAPPRESENTAZIONE come scritto du di ANTONIO CALDARA (1670-1735) dal 1716 alla corte di Vienna, ove rimase sino alla morte, come vice maestro di cappella e che compose la musica di 37 opere (ben sei su testi del Metastasio), 26 serenate, 29 oratori e innumerevoli composizioni da camera e di argomento religioso: è però da rammentare in merito all'OLIMPIADE che ne fece una trasposizione in musica anche G. B. PERGOLESI, di cui, nonostante l'iniziale insuccesso, si ebbe poi un postumo, rilevante apprezzamento]
ARGOMENTO
Nacquero a Clistene, re di Sicione, due figliuoli gemelli, Filinto ed Aristea: ma, avvertito dall'oracolo di Delfo del pericolo ch'ei correrebbe d'esser ucciso dal proprio figlio, per consiglio del medesimo oracolo fece esporre il primo e conservò la seconda. Cresciuta questa in età ed in bellezza, fu amata da Megacle, nobile e valoroso giovane ateniese, più volte vincitore ne' giuochi olimpici. Questi, non potendo ottenerla dal padre, a cui era odioso il nome ateniese, va disperato in Creta. Quivi assalito, e quasi oppresso da masnadieri, è conservato in vita da Licida creduto figlio del re dell'isola; onde contrae tenera e indissolubile amistà col suo liberatore. Avea Licida lungamente amata Argene, nobil dama cretense, e promessale occultamente fede di sposo. Ma, scoperto il suo amore, il re, risoluto di non permettere queste nozze ineguali, perseguitò di tal sorte la sventurata Argene, che si vide costretta ad abbandonar la patria e fuggirsene sconosciuta nelle campagne d'Elide, dove sotto nome di Licori ed in abito di pastorella visse nascosta a' risentimenti de' suoi congiunti ed alle violenze del suo sovrano. Rimase Licida inconsolabile per la fuga della sua Argene; e dopo qualche tempo, per distrarsi dalla mestizia, risolse di portarsi in Elide e trovarsi presente alla solennità de' giuochi olimpici, ch'ivi, col concorso di tutta la Grecia, dopo ogni quarto anno si ripetevano. Andovvi lasciando Megacle in Creta, e trovò che il re Clistene, eletto a presiedere a' giuochi suddetti, e perciò condottosi da Sicione in Elide, proponeva la propria figlia Aristea in premio al vincitore. La vide Licida, l'ammirò, ed, obbliate le sventure de' suoi primi amori, ardentemente se n'invaghì; ma disperando di poter conquistarla, per non esser egli punto addestrato agli atletici esercizi, di cui dovea farsi pruova ne' detti giuochi, immaginò come supplire con l'artifizio al difetto dell'esperienza. Gli sovvenne che l'amico era stato più volte vincitore in somiglianti contese; e (nulla sapendo degli antichi amori di Megacle con Aristea) risolse di valersi di lui, facendolo combattere sotto il finto nome di Licida. Venne dunque anche Megacle in Elide alle violenti istanze dell'amico; ma fu così tardo il suo arrivo, che già l'impaziente Licida ne disperava. Da questo punto prende il suo principio la rappresentazione del presente drammatico componimento. Il termine o sia la principale azione di esso è il ritrovamento di quel Filinto, per le minacce degli oracoli fatto esporre bambino dal proprio padre Clistene; ed a questo termine insensibilmente conducono le amorose smanie di Aristea, l'eroica amicizia di Megacle, l'incostanza ed i furori di Licida e la generosa pietà della fedelissima Argene. HEROD. PAUS. NAT. COM. ec.
INTERLOCUTORI
CLISTENE
, re di Sicione, padre d'Aristea.
ARISTEA
, sua figlia, amante di Megacle.
ARGENE
, dama cretense, in abito di pastorella sotto nome di Licori, amante di Licida.
LICIDA
, creduto figlio del re di Creta, amante d'Aristea ed amico di Megacle.
MEGACLE
, amante d'Aristea ed amico di Licida.
AMINTA
, aio di Licida.
ALCANDRO
, confidente di Clistene
La scena si finge nelle campagne d'Elide, vicino alla città d'Olimpia, alle sponde del fiume Alfeo.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Fondo selvoso di cupa ed angusta valle, adombrata dall'alto da grandi alberi, che giungono ad intrecciare i rami dall'uno all'altro colle, fra' quali è chiusa.
LICIDA
Ho risoluto, Aminta;
più consiglio non vuo'.
AMINTA
Licida, ascolta.
Deh modera una volta
questo tuo violento spirito intollerante.
LICIDA
E in chi poss'io
fuor che in me più sperar? Megacle istesso,
Megacle m'abbandona
nel bisogno maggiore. Or va, riposa
su la fé d'un amico.
AMINTA
Ancor non dèi
condannarlo però. Breve cammino
non è quel che divide
Elide, in cui noi siamo,
da Creta ov'ei restò. L'ali alle piante
non ha Megacle al fin. Forse il tuo servo
subito nol rinvenne. Il mar frapposto
forse ritarda il suo venir. T'accheta:
in tempo giungerà. Prescritta è l'ora
agli olimpici giuochi
oltre il meriggio, ed or non è l'aurora.
LICIDA
Sai pur che ognun, che aspiri
all'olimpica palma, or sul mattino
dee presentarsi al tempio; il grado, il nome,
la patria palesar; di Giove all'ara
giurar di non valersi di frode nel cimento.
AMINTA
Il so.
LICIDA
T'è noto
ch'escluso è dalla pugna
chi quest'atto solenne
giunge tardi a compir? Vedi la schiera
de' concorrenti atleti? Odi il festivo
tumulto pastoral? Dunque che deggio
attender più, che più sperar?
AMINTA
Ma quale sarebbe il tuo disegno?
LICIDA
All'ara innanzi presentarmi con gli altri.
AMINTA
E poi?
LICIDA
Con gli altri a suo tempo pugnar.
AMINTA
Tu!
LICIDA
Sì. Non credi in me valor che basti?
AMINTA
Eh qui non giova,
prence, il saper come si tratti il brando.
Altra specie di guerra, altr'armi ed altri
studi son questi. Ignoti nomi a noi
cesto, disco, palestra, a' tuoi rivali
per lung'uso son tutti
familiari esercizi. Al primo incontro
del giovanile ardire
ti potresti pentir.
LICIDA
Se fosse a tempo
Megacle giunto a tai contese esperto,
pugnato avria per me: ma, s'ei non viene,
che far degg'io? Non si contrasta, Aminta,
oggi in Olimpia del selvaggio ulivo
la solita corona. Al vincitore
sarà premio Aristea, figlia reale
dell'invitto Clistene, onor primiero
delle greche sembianze; unica e bella
fiamma di questo cor, benché novella.
AMINTA
Ed Argene?
LICIDA
Ed Argene
più riveder non spero. Amor non vive,
quando muor la speranza.
AMINTA
E pur giurasti tante volte...
LICIDA
T'intendo. In queste fole,
finché l'ora trascorra,
trattener mi vorresti. Addio.
AMINTA
Ma senti.
LICIDA
No no.
AMINTA
Vedi che giunge...
LICIDA
Chi?
AMINTA
Megacle.
LICIDA
Dov'è?
AMINTA
Fra quelle piante
parmi... No... non è desso.
LICIDA
Ah mi deridi,
e lo merito, Aminta. Io fui sì cieco,
che in Megacle sperai.
SCENA II
MEGACLE
Megacle è teco.
LICIDA
Giusti dei!
MEGACLE
Prence.
LICIDA
Amico.
Vieni, vieni al mio seno. Ecco risorta
la mia speme cadente.
MEGACLE
E sarà vero
che il Ciel m'offra una volta
la via d'esserti grato?
LICIDA
E pace e vita
tu puoi darmi, se vuoi.
MEGACLE
Come?
LICIDA
Pugnando
nell'olimpico agone
per me, col nome mio.
MEGACLE
Ma tu non sei
noto in Elide ancor?
LICIDA
No.
MEGACLE
Quale oggetto
ha questa trama?
LICIDA
Il mio riposo. Oh Dio!
non perdiamo i momenti. Appunto è l'ora
che de' rivali atleti
si raccolgono i nomi. Ah vola al tempio;
dì che Licida sei. La tua venuta
inutile sarà, se più soggiorni.
Vanne. Tutto saprai quando ritorni.
MEGACLE
Superbo di me stesso
andrò portando in fronte
quel caro nome impresso,
come mi sta nel cor.
Dirà la Grecia poi
che fur comuni a noi
l'opre, i pensier, gli affetti,
e al fine i nomi ancor.
SCENA III
LICIDA
Oh generoso amico!
Oh Megacle fedel!
AMINTA
Così di lui
non parlavi poc'anzi.
LICIDA
Eccomi al fine
possessor d'Aristea. Vanne, disponi
tutto, mio caro Aminta. Io con la sposa,
prima che il sol tramonti,
voglio quindi partir.
AMINTA
Più lento, o prence,
nel fingerti felice. Ancor vi resta
molto di che temer. Potria l'inganno
esser scoperto: al paragon potrebbe
Megacle soggiacer. So ch'altre volte
fu vincitor; ma un impensato evento
so che talor confonde il vile e 'l forte;
né sempre ha la virtù l'istessa sorte.
LICIDA
Oh sei pure importuno
con questo tuo noioso
perpetuo dubitar. Vicino al porto
vuoi ch'io tema il naufragio? A' dubbi tuoi
chi presta fede intera,
non sa mai quando è l'alba o quando è sera.
Quel destrier, che all'albergo è vicino,
più veloce s'affretta nel corso;
non l'arresta l'angustia del morso,
non la voce, che legge gli dà.
Tal quest'alma, che piena è di speme,
nulla teme, consiglio non sente;
e si forma una gioia presente
del pensiero che lieta sarà.
SCENA IV
Vasta campagna alle falde d'un monte, sparsa di capanne pastorali. Ponte rustico sul fiume Alfeo, composto di tronchi d'alberi rozzamente commessi. Veduta della città d'Olimpia in lontano, interrotta da poche piante, che adornano la pianura, ma non l'ingombrano.
CORO
Oh care selve, oh cara
felice libertà!
ARGENE
Qui se un piacer si gode,
parte non v'ha la frode
ma lo condisce a gara
amore e fedeltà.
CORO
Oh care selve, oh cara
felice libertà!
ARGENE
Qui poco ognun possiede,
e ricco ognun si crede:
né, più bramando, impara
che cosa è povertà.
CORO
Oh care selve, oh cara
felice libertà!
ARGENE
Senza custodi o mura
la pace è qui sicura,
che l'altrui voglia avara
onde allettar non ha.
CORO
Oh care selve, oh cara
felice libertà!
ARGENE
Qui gl'innocenti amori
di ninfe...[s'alza a sedere]
Ecco Aristea.
ARISTEA
Siegui, o Licori.
ARGENE
Già il rozzo mio soggiorno
torni a render felice, o principessa?
ARISTEA
Ah fuggir da me stessa
potessi ancor, come dagli altri! Amica
tu non sai qual funesto
giorno per me sia questo.
ARGENE
E` questo un giorno
glorioso per te. Di tua bellezza
qual può l'età futura
prova aver più sicura? A conquistarti
nell'olimpico agone
tutto il fior della Grecia oggi s'espone.
ARISTEA
Ma chi bramo non v'è. Deh si proponga
men funesta materia
al nostro ragionar. [siede Aristea] Siedi, Licori:
gl'interrotti lavori
riprendi, e parla. Incominciasti un giorno
a narrarmi i tuoi casi. Il tempo è questo
di proseguirli. Il mio dolor seduci;
raddolcisci, se puoi,
i miei tormenti in rammentando i tuoi.
ARGENE
Se avran tanta virtù, senza mercede
non va la mia costanza.[siede] A te già dissi
che Argene è il nome mio; che in Creta io nacqui
d'illustre sangue, e che gli affetti miei
fur più nobili ancor de' miei natali.
ARISTEA
So fin qui.
ARGENE
De' miei mali
ecco il principio. Del cretense soglio
Licida il regio erede fu la mia fiamma, ed io la sua. Celammo
prudenti un tempo il nostro amor; ma poi
l'amor s'accrebbe, e, come in tutti avviene,
la prudenza scemò. Comprese alcuno
il favellar de' nostri sguardi: ad altri
i sensi ne spiegò. Di voce in voce
tanto in breve si stese
il maligno romor, che 'l re l'intese:
se ne sdegnò, sgridonne il figlio; a lui
vietò di più vedermi, e col divieto
glien'accrebbe il desio; che aggiunge il vento
fiamme alle fiamme, e più superbo un fiume
fanno gli argini opposti. Ebro d'amore
freme Licida, e pensa
di rapirmi e fuggir. Tutto il disegno
spiega in un foglio: a me l'invia. Tradisce
la fede il messo, e al re lo reca. E` chiuso
in custodito albergo
il mio povero amante. A me s'impone
che a straniero consorte
porga la destra. Io lo ricuso. Ognuno
contro me si dichiara. Il re minaccia:
mi condannan gli amici: il padre mio
vuol che al nodo acconsenta. Altro riparo
che la fuga o la morte
al mio caso non trovo. Il men funesto
credo il più saggio, e l'eseguisco. Ignota
in Elide pervenni. In queste selve
mi proposi abitar. Qui fra pastori
pastorella mi finsi, e or son Licori:
ma serbo al caro bene
fido in sen di Licori il cor d'Argene.
ARISTEA
In ver mi fai pietà. Ma la tua fuga
non approvo però. Donzella e sola
cercar contrade ignote,
abbandonar...
ARGENE
Dunque dovea la mano
a Megacle donar?
ARISTEA
Megacle? (Oh nome!)
Di qual Megacle parli?
ARGENE
Era lo sposo
questi, che il re mi destinò. Dovea
dunque obbliar...
ARISTEA
Ne sai la patria?
ARGENE
Atene.
ARISTEA
Come in Creta pervenne?
ARGENE
Amor vel trasse,
com'ei stesso dicea, ramingo, afflitto.
Nel giungervi fu colto
da stuol di masnadieri; e oppresso ormai
la vita vi perdea. Licida a sorte
vi si avvenne, e il salvò. Quindi fra loro
fidi amici fur sempre. Amico al figlio,
fu noto al padre; e dal reale impero
destinato mi fu, perché straniero.
ARISTEA
Ma ti ricordi ancora
le sue sembianze?
ARGENE
Io l'ho presente. Avea
bionde le chiome, oscuro il ciglio, i labbri
vermigli sì, ma tumidetti, e forse
oltre il dover; gli sguardi
lenti e pietosi: un arrossir frequente,
un soave parlar... Ma... principessa,
tu cambi di color! Che avvenne?
ARISTEA
Oh Dio!
Quel Megacle, che pingi, è l'idol mio.
ARGENE
Che dici!
ARISTEA
Il vero. A lui,
lunga stagion già mio segreto amante,
perché nato in Atene,
negommi il padre mio, né volle mai
conoscerlo, vederlo,
ascoltarlo una volta. Ei disperato
da me partì; più nol rividi: e in questo
punto da te so de' suoi casi il resto.
ARGENE
In ver sembrano i nostri
favolosi accidenti.
ARISTEA
Ah s'ei sapesse
ch'oggi per me qui si combatte!
ARGENE
In Creta
a lui voli un tuo servo; e tu procura
la pugna differir.
ARISTEA
Come?
ARGENE
Clistene
è pur tuo padre: ei qui presiede eletto
arbitro delle cose; ei può, se vuole...
ARISTEA
Ma non vorrà.
ARGENE
Che nuoce,
principessa, il tentarlo?
ARISTEA
E ben, Clistene
vadasi a ritrovar.[s'alzano]
ARGENE
Fermati: ei viene.
SCENA V
CLISTENE
Figlia, tutto è compìto. I nomi accolti,
le vittime svenate, al gran cimento
l'ora è prescritta; e più la pugna ormai,
senza offesa de' numi,
della pubblica fé, dell'onor mio,
differir non si può.
ARISTEA
(Speranze, addio).
CLISTENE
Ragion d'esser superba
io ti darei, se ti dicessi tutti
quei, che a pugnar per te vengono a gara.
V'è Olinto di Megara,
v'è Clearco di Sparta, Ati di Tebe,
Erilo di Corinto, e fin di Creta
Licida venne.
ARGENE
Chi?
CLISTENE
Licida, il figlio
del re cretense.
ARISTEA
Ei pur mi brama?
CLISTENE
Ei viene
con gli altri a prova.
ARGENE
(Ah si scordò d'Argene!)
CLISTENE
Sieguimi, figlia.
ARISTEA
Ah questa pugna, o padre,
si differisca.
CLISTENE
Un impossibil chiedi:
dissi perché. Ma la cagion non trovo
di tal richiesta.
ARISTEA
A divenir soggette
sempre v'è tempo. E` d'Imeneo per noi
pesante il giogo; e già senz'esso abbiamo
che soffrire abbastanza
nella nostra servil sorte infelice.
CLISTENE
Dice ognuna così, ma il ver non dice.
Del destin non vi lagnate
se vi rese a noi soggette;
siete serve, ma regnate
nella vostra servitù.
Forti noi, voi belle siete,
e vincete in ogn'impresa,
quando vengono a contesa
la bellezza e la virtù.[parte]
SCENA VI
ARGENE

Udisti, o principessa?
ARISTEA
Amica, addio:
convien ch'io siegua il padre. Ah tu, che puoi,
del mio Megacle amato,
se pietosa pur sei, come sei bella,
cerca, recami, oh Dio, qualche novella.
Tu di saper procura
dove il mio ben s'aggira
, se più di me si cura,
se parla più di me.
Chiedi se mai sospira
quando il mio nome ascolta;
se il profferì talvolta
nel ragionar fra sé [parte]
SCENA VII
ARGENE
[sola] Dunque Licida ingrato
già di me si scordò! Povera Argene,
a che mai ti serbar le stelle irate!
Imparate, imparate,
inesperte donzelle. Ecco lo stile
de' lusinghieri amanti. Ognun vi chiama
suo ben, sua vita e suo tesoro: ognuno
giura che, a voi pensando,
vaneggia il dì, veglia le notti. Han l'arte
di lagrimar, d'impallidir. Tal volta
par che su gli occhi vostri
voglian morir fra gli amorosi affanni:
guardatevi da lor, son tutti inganni.
Più non si trovano
fra mille amanti
sol due bell'anime,
che sian costanti
e tutti parlano
di fedeltà.
E il reo costume
tanto s'avanza,
che la costanza
di chi ben ama
ormai si chiama
semplicità.
SCENA VIII
MEGACLE
Licida.
LICIDA
Amico.
MEGACLE
Eccomi a te.
LICIDA
Compisti...
MEGACLE
Tutto, o signor. Già col tuo nome al tempio
per te mi presentai. Per te fra poco
vado al cimento. Or, fin che il noto segno
della pugna si dia, spiegar mi puoi
la cagion della trama.
LICIDA
Oh, se tu vinci,
non ha di me più fortunato amante
tutto il regno d'Amor.
MEGACLE
Perché?
LICIDA
Promessa
in premio al vincitore
è una real beltà. La vidi appena,
che n'arsi e la bramai. Ma poco esperto
negli atletici studi...
MEGACLE
Intendo. Io deggio
conquistarla per te.
LICIDA
Sì. Chiedi poi
la mia vita, il mio sangue, il regno mio;
tutto, o Megacle amato, io t'offro, e tutto
scarso premio sarà.
MEGACLE
Di tanti, o prence,
stimoli non fa d'uopo
al grato servo, al fido amico. Io sono
memore assai de' doni tuoi: rammento
la vita che mi desti. Avrai la sposa;
speralo pur. Nella palestra elèa
non entro pellegrin. Bevve altre volte
i miei sudori: ed il silvestre ulivo
non è per la mia fronte
un insolito fregio. Io più sicuro
mai di vincer non fui. Desio d'onore,
stimoli d'amistà mi fan più forte.
Anelo, anzi mi sembra
d'esser già nell'agon. Gli emuli al fianco
mi sento già; già li precorro: e, asperso
dell'olimpica polve il crine, il volto,
del volgo spettator gli applausi ascolto.
LICIDA
Oh dolce amico! [abbracciandolo] Oh cara
sospirata Aristea!
MEGACLE
Che!
LICIDA
Chiamo a nome
il mio tesoro.
MEGACLE
Ed Aristea si chiama?
LICIDA
Appunto.
MEGACLE
Altro ne sai?
LICIDA
Presso a Corinto
nacque in riva all'Asopo, al re Clistene
unica prole.
MEGACLE
(Aimè! Questa è il mio bene).
E per lei si combatte?
LICIDA
Per lei.
MEGACLE
Questa degg'io
conquistarti pugnando?
LICIDA
Questa.
MEGACLE
Ed è tua speranza e tuo conforto
sola Aristea?
LICIDA
Sola Aristea.
MEGACLE
(Son morto).
LICIDA
Non ti stupir. Quando vedrai quel volto,
forse mi scuserai. D'esserne amanti
non avrebbon rossore i numi istessi.
MEGACLE
(Ah così nol sapessi!)
LICIDA
Oh, se tu vinci,
chi più lieto di me! Megacle istesso
quanto mai ne godrà! Dì; non avrai
piacer del piacer mio?
MEGACLE
Grande.
LICIDA
Il momento,
che ad Aristea m'annodi,
Megacle, dì, non ti parrà felice?
MEGACLE
Felicissimo. (Oh dei!)
LICIDA
Tu non vorrai
pronubo accompagnarmi
al talamo nuzial?
MEGACLE
(Che pena!)
LICIDA
Parla.
MEGACLE
Sì; come vuoi. (Qual nuova specie è questa
di martirio e d'inferno!)
LICIDA
Oh quanto il giorno
lungo è per me! Che l'aspettare uccida
nel caso, in cui mi vedo,
tu non credi, o non sai.
MEGACLE
Lo so, lo credo.
LICIDA
Senti, amico. Io mi fingo
già l'avvenir: già col desio possiedo
la dolce sposa.
MEGACLE
(Ah questo è troppo!)
LICIDA
E parmi...
MEGACLE
Ma taci: assai dicesti. Amico io sono;[con impeto]
il mio dover comprendo;
ma poi...
LICIDA
Perché ti sdegni? In che t'offendo?
MEGACLE
(Imprudente, che feci!)[si ricompone] Il mio trasporto
è desio di servirti.
Io stanco arrivo
da cammin lungo: ho da pugnar: mi resta
picciol tempo al riposo, e tu mel togli.
LICIDA
E chi mai ti ritenne
di spiegarti fin ora?
MEGACLE
Il mio rispetto. LICIDA
Vuoi dunque riposar?
MEGACLE
Sì.
LICIDA
Brami altrove meco venir?
MEGACLE
No.
LICIDA
Rimaner ti piace
qui fra quest'ombre?
MEGACLE
Sì.
LICIDA
Restar degg'io?
MEGACLE
No.[con impazienza e si getta a sedere]
LICIDA
(Strana voglia!) E ben, riposa: addio.
Mentre dormi, Amor fomenti
il piacer de' sonni tuoi
con l'idea del mio piacer.
Abbia il rio passi più lenti;
e sospenda i moti suoi
ogni zeffiro leggier.[parte]
SCENA IX
MEGACLE
Che intesi, eterni dei! Quale improvviso
fulmine mi colpì! L'anima mia
dunque fia d'altri! E ho da condurla io stesso
in braccio al mio rival! Ma quel rivale
è il caro amico. Ah quali nomi unisce
per mio strazio la sorte! Eh che non sono
rigide a questo segno
le leggi d'amistà. Perdoni il prence,
ancor io sono amante. Il domandarmi
ch'io gli ceda Aristea non è diverso
dal chiedermi la vita. E questa vita
di Licida non è? Non fu suo dono?
Non respiro per lui? Megacle ingrato,
e dubitar potresti? Ah! se ti vede
con questa in volto infame macchia e rea,
ha ragion d'aborrirti anche Aristea.
No, tal non mi vedrà. Voi soli ascolto
obblighi d'amistà, pegni di fede,
gratitudine, onore. Altro non temo
che 'l volto del mio ben. Questo s'evìti
formidabile incontro. In faccia a lei,
misero, che farei! Palpito e sudo
solo in pensarlo, e parmi
istupidir, gelarmi,
confondermi, tremar... No, non potrei...
SCENA X
ARISTEA
Stranier. [senza vederlo in viso]
MEGACLE
Chi mi sorprende?[rivoltandosi]
ARISTEA
(Oh stelle!) [riconoscendosi reciprocamente]
MEGACLE
(Oh dei!) [riconoscendosi reciprocamente]
ARISTEA
Megacle! mia speranza!
Ah sei pur tu? Pur ti riveggo? Oh Dio!
di gioia io moro; ed il mio petto appena
può alternare i respiri. Oh caro! Oh tanto
e sospirato e pianto
e richiamato in vano! Udisti al fine
la povera Aristea. Tornasti: e come
opportuno tornasti! Oh Amor pietoso!
Oh felici martìri!
Oh ben sparsi fin or pianti e sospiri!
MEGACLE
(Che fiero caso è il mio!)
ARISTEA
Megacle amato,
e tu nulla rispondi?
E taci ancor? Che mai vuol dir quel tanto
cambiarti di color? Quel non mirarmi
che timido e confuso? E quelle a forza
lagrime trattenute? Ah! più non sono
forse la fiamma tua? Forse...
MEGACLE
Che dici!
Sempre... Sappi... Son io...
Parlar non so. (Che fiero caso è il mio!)
ARISTEA
Ma tu mi fai gelar. Dimmi: non sai
che per me qui si pugna?
MEGACLE
Il so.
ARISTEA
Non vieni
ad esporti per me?
MEGACLE
Sì.
ARISTEA
Perché mai
dunque sei così mesto?
MEGACLE
Perché... (Barbari dei, che inferno è questo!)
ARISTEA
Intendo: alcun ti fece
dubitar di mia fé. Se ciò t'affanna,
ingiusto sei. Da che partisti, o caro,
non son rea d'un pensier. Sempre m'intesi
la tua voce nell'alma: ho sempre avuto
il tuo nome fra' labbri,
il tuo volto nel cor. Mai d'altri accesa
non fui, non sono, e non sarò. Vorrei...
MEGACLE
Basta: lo so.
ARISTEA
Vorrei morir più tosto
che mancarti di fede un sol momento.
MEGACLE
(Oh tormento maggior d'ogni tormento!)
ARISTEA
Ma guardami, ma parla,
ma dì...
MEGACLE
Che posso dir?
ALCANDRO
[uscendo frettoloso] Signor, t'affretta,
se a combatter venisti. Il segno è dato,
che al gran cimento i concorrenti invita.[parte]
MEGACLE
Assistetemi, o numi. Addio, mia vita.
ARISTEA
E mi lasci così? Va; ti perdono,
pur che torni mio sposo.
MEGACLE
Ah sì gran sorte
non è per me! [in atto di partire]
ARISTEA
Senti. Tu m'ami ancora?
MEGACLE
Quanto l'anima mia.
ARISTEA
Fedel mi credi?
MEGACLE
Sì, come bella. ARISTEA
A conquistar mi vai?
MEGACLE
Lo bramo almeno.
ARISTEA
Il tuo valor primiero
hai pur?
MEGACLE
Lo credo.
ARISTEA
E vincerai?
MEGACLE
Lo spero.
ARISTEA
Dunque allor non son io,
caro, la sposa tua?
MEGACLE
Mia vita... Addio.
Ne' giorni tuoi felici
ricordati di me.
ARISTEA
Perché così mi dici,
anima mia, perché?
MEGACLE
Taci, bell'idol mio.
ARISTEA
Parla, mio dolce amor.
MEGACLE
Ah che parlando oh Dio!
ARISTEA
Ah che tacendo oh Dio!
A DUE tu mi trafiggi il cor.
ARISTEA
(Veggio languir chi adoro,
né intendo il suo languir).
MEGACLE
(Di gelosia mi moro,
e non lo posso dir).
A DUE Chi mai provò di questo
affanno più funesto,
più barbaro dolor!
ATTO SECONDO
SCENA I
ARGENE
Ed ancor della pugna
l'esito non si sa?
ARISTEA
No, bella Argene.
E` pur dura la legge, onde n'è tolto
d'esserne spettatrici!
ARGENE
Ah! che sarebbe
forse pena maggior veder chi s'ama
in cimento sì grande, e non potergli
porger soccorso: esser presente...
ARISTEA
Io sono
presente ancor lontana: anzi mi fingo
forse quel che non è. Se tu vedessi
come sta questo cor! Qui dentro, amica,
qui dentro si combatte; e più che altrove
qui la pugna è crudele. Ho innanzi agli occhi
Megacle, la palestra,
i giudici, i rivali. Io mi figuro
questi più forti e quei men giusti. Io provo
doppiamente nell'alma
ciò che or soffre il mio ben, gli urti, le scosse,
gl'insulti, le minacce. Ah! che presente
solo il ver temerei; ma il mio pensiero
fa ch'io tema lontana il falso e il vero.
ARGENE
Né ancor si vede alcun. [guardando per la scena]
ARISTEA
[turbata] Né alcuno... Oh Dio!
ARGENE
Che avvenne?
ARISTEA
Oh come io tremo,
come palpito adesso!
ARGENE
E la cagione?
ARISTEA
E` deciso il mio fato:
vedi Alcandro, che arriva.
ARGENE
Alcandro, ah corri: [verso la scena]
consolane. Che rechi?
SCENA II
ALCANDRO
Fortunate novelle. Il re m'invia
nunzio felice, o principessa. Ed io...
ARISTEA
La pugna terminò?
ALCANDRO
Sì; ascolta. Intorno
già impazienti...
ARGENE
Il vincitor si chiede.
ALCANDRO
Tutto dirò. Già impazienti intorno
le turbe spettatrici...
ARISTEA
[con impazienza] Eh ch'io non cerco
questo da te.
ALCANDRO
Ma in ordine distinto...
ARISTEA
Chi vinse dimmi sol. [con isdegno]
ALCANDRO
Licida ha vinto.
ARISTEA
Licida!
ALCANDRO
Appunto.
ARGENE
Il principe di Creta!
ALCANDRO
Sì, che giunse poc'anzi a queste arene.
ARISTEA
(Sventurata Aristea!) ARGENE
(Povera Argene!)
ALCANDRO
Oh te felice! Oh quale [ad Aristea]
sposo ti diè la sorte!
ARISTEA
Alcandro, parti.
ALCANDRO
T'attende il re.
ARISTEA
Parti, verrò.
ALCANDRO
T'attende
nel gran tempio adunata...
ARISTEA
Né parti ancor? [con isdegno]
ALCANDRO
(Che ricompensa ingrata!) [parte]
SCENA III
ARGENE
Ah dimmi, o principessa,
v'è sotto il ciel chi possa dirsi, oh Dio!
più misera di me?
ARISTEA
Sì, vi son io.
ARGENE
Ah non ti faccia amore
provar mai le mie pene! Ah tu non sai
qual perdita è la mia! Quanto mi costa
quel cor che tu m'involi!
ARISTEA
E tu non senti,
non comprendi abbastanza i miei tormenti.
Grandi, è ver, son le tue pene:
perdi, è ver, l'amato bene;
ma sei tua, ma piangi intanto,
ma domandi almen pietà.
Io dal fato io sono oppressa:
perdo altrui, perdo me stessa;
né conservo almen del pianto
l'infelice libertà.[parte]
SCENA IV
ARGENE
E trovar non poss'io
né pietà né soccorso?
AMINTA
[a parte nell'uscire] Eterni dei!
parmi Argene colei.
ARGENE
Vendetta almeno,
vendetta si procuri. [vuol partire]
AMINTA
Argene, e come
tu in Elide! Tu sola!
Tu in sì ruvide spoglie!
ARGENE
I neri inganni
a secondar del prence
dunque ancor tu venisti? A saggio in vero
regolator commise il re di Creta
di Licida la cura. Ecco i bei frutti
di tue dottrine. Hai gran ragione, Aminta,
d'andarne altier. Chi vuol sapere appieno
se fu attento il cultor, guardi il terreno.
AMINTA
(Tutto già sa). Non da' consigli miei...
ARGENE
Basta... Chi sa: nel Cielo
v'è giustizia per tutti; e si ritrova
talvolta anche nel mondo. Io chiederolla
agli uomini, agli dei. S'ei non ha fede,
ritegni io non avrò. Vuo' che Clistene,
vuo' che la Grecia, il mondo
sappia ch'è un traditore, acciò per tutto
questa infamia lo siegua; acciò che ognuno
l'abborrisca, l'evìti,
e con orrore, a chi nol sa, l'addìti.
AMINTA
Non son questi pensieri
degni d'Argene. Un consigliero infido,
anche giusto, è lo sdegno. Io nel tuo caso
più dolci mezzi adoprerei. Procura
ch'ei ti rivegga: a lui favella: a lui
le promesse rammenta. E` sempre meglio
il racquistarlo amante
che opprimerlo nemico.
ARGENE
E credi, Aminta,
ch'ei tornerebbe a me?
AMINTA
Lo spero. Al fine
fosti l'idolo suo. Per te languiva,
delirava per te. Non ti sovviene
che cento volte e cento...
ARGENE
Tutto, per pena mia, tutto rammento.
Che non mi disse un dì!
Quai numi non giurò!
E come, oh Dio! si può,
come si può così
mancar di fede?
Tutto per lui perdei;
oggi lui perdo ancor.
Poveri affetti miei!
Questa mi rendi, Amor,
questa mercede? [parte]
SCENA V
AMINTA
Insana gioventù! Qualora esposta
ti veggo tanto agl'impeti d'amore,
di mia vecchiezza io mi consolo e rido.
Dolce è il mirar dal lido
chi sta per naufragar; non che ne alletti
il danno altrui, ma sol perché l'aspetto
d'un mal, che non si soffre, è dolce oggetto.
Ma che! l'età canuta
non ha le sue tempeste? Ah che pur troppo
ha le sue proprie; e dal timor dell'altre
sciolta non è. Son le follie diverse,
ma folle è ognuno: e a suo piacer ne aggira
l'odio o l'amor, la cupidigia o l'ira.
Siam navi all'onde algenti
lasciate in abbandono:
impetuosi venti
i nostri affetti sono:
ogni diletto è scoglio:
tutta la vita è mar.
Ben, qual nocchiero, in noi
veglia ragion; ma poi
pur dall'ondoso orgoglio
si lascia trasportar. [parte]
SCENA VI
CORO
Del forte Licida
nome maggiore
d'Alfeo sul margine
mai non sonò.
PARTE DEL CORO
Sudor più nobile
del suo sudore
l'arena olimpica
mai non bagnò.
ALTRA PARTE. L'arti ha di Pallade,
l'ali ha d'Amore:
d'Apollo e d'Ercole
l'ardir mostrò.
CORO
No, tanto merito,
tanto valore
l'ombra de' secoli
coprir non può.
CLISTENE
Giovane valoroso,
che in mezzo a tanta gloria umìl ti stai,
quell'onorata fronte
lascia ch'io baci e che ti stringa al seno.
Felice il re di Creta,
che un tal figlio sortì! Se avessi anch'io
serbato il mio Filinto,
chi sa, sarebbe tal.[ad Alcandro] Rammenti, Alcandro,
con qual dolor tel consegnai? Ma pure...
ALCANDRO
Tempo or non è di rammentar sventure.[a Clistene]
CLISTENE
(E` ver).[a Megacle] Premio Aristea
sarà del tuo valor. S'altro donarti
Clistene può, chiedilo pur, che mai
quanto dar ti vorrei non chiederai.
MEGACLE
(Coraggio, o mia virtù). Signor, son figlio,
e di tenero padre. Ogni contento,
che con lui non divido,
è insipido per me. Di mie venture
pria d'ogni altro io vorrei
giungergli apportator: chieder l'assenso
per queste nozze; e, lui presente, in Creta
legarmi ad Aristea.
CLISTENE
Giusta è la brama.
MEGACLE
Partirò, se il concedi,
senz'altro indugio. In vece mia rimanga
questi, della mia sposa [presentando Licida]
servo, compagno e condottier.
CLISTENE
(Che volto
è questo mai! Nel rimirarlo il sangue
mi si riscuote in ogni vena). E questi
chi è? Come s'appella?
MEGACLE
Egisto ha nome,
Creta è sua patria. Egli deriva ancora
dalla stirpe real: ma più che 'l sangue,
l'amicizia ne stringe; e son fra noi
sì concordi i voleri,
comuni a segno e l'allegrezza e 'l duolo,
che Licida ed Egisto è un nome solo.
LICIDA
(Ingegnosa amicizia!)
CLISTENE
E ben, la cura
di condurti la sposa
Egisto avrà. Ma Licida non debbe
partir senza vederla.
MEGACLE
Ah no, sarebbe
pena maggior. Mi sentirei morire
nell'atto di lasciarla. Ancor da lunge
tanta pena io ne provo...
CLISTENE
Ecco che giunge.
MEGACLE
(Oh me infelice!)
SCENA VII
ARISTEA
[non vedendo Megacle] (All'odiose nozze
come vittima io vengo all'ara avanti).
LICIDA
(Sarà mio quel bel volto in pochi istanti).
CLISTENE
Avvicinati, o figlia; ecco il tuo sposo.[tenendo Megacle per mano]
MEGACLE
(Ah! non è ver).
ARISTEA
Lo sposo mio! (stupisce vedendo Megagle]
CLISTENE
Sì. Vedi
se giammai più bel nodo in Ciel si strinse.
ARISTEA
(Ma se Licida vinse,
come il mio bene?... Il genitor m'inganna?)
LICIDA
(Crede Megacle sposo e se ne affanna).
ARISTEA
E questi, o padre, è il vincitor? [additando Megacle]
CLISTENE
Mel chiedi?
Non lo ravvisi al volto
di polve asperso? All'onorate stille,
che gli rigan la fronte? A quelle foglie,
che son di chi trionfa
l'ornamento primiero?
ARISTEA
Ma che dicesti, Alcandro?
ALCANDRO
Io dissi il vero.
CLISTENE
Non più dubbiezze. Ecco il consorte, a cui
il Ciel t'accoppia: e nol potea più degno
ottener dagli dei l'amor paterno.
ARISTEA
(Che gioia!)
MEGACLE
(Che martìr!)
LICIDA
(Che giorno eterno!)
CLISTENE
E voi tacete? Onde il silenzio?[a Megacle ed Aristea]
MEGACLE
(Oh Dio! come comincierò?)
ARISTEA
Parlar vorrei,
ma...
CLISTENE
Intendo. Intempestiva
è la presenza mia. Severo ciglio,
rigida maestà, paterno impero
incomodi compagni
sono agli amanti. Io mi sovvengo ancora
quanto increbbero a me. Restate. Io lodo
quel modesto rossor, che vi trattiene.
MEGACLE
(Sempre lo stato mio peggior diviene).
CLISTENE
So ch'è fanciullo Amore,
né conversar gli piace
con la canuta età.
Di scherzi ei si compiace;
si stanca del rigore:
e stan di rado in pace
rispetto e libertà. [parte]
SCENA VIII
MEGACLE
(Fra l'amico e l'amante,
che farò sventurato!)
LICIDA
All'idol mio
è tempo ch'io mi scopra.[piena a Megacle]
MEGACLE
(Aspetta). Oh Dio!
ARISTEA
Sposo, alla tua consorte
non celar che t'affligge.
MEGACLE
(Oh pena! Oh morte!)
LICIDA
L'amor mio, caro amico, [a Megacle, come sopra]
non soffre indugio.
ARISTEA
Il tuo silenzio, o caro,
mi cruccia, mi dispera.
MEGACLE
(Ardir mio core:
finiamo di morir). Per pochi istanti
allontanati, o prence. [a parte a Licida]
LICIDA
E qual ragione?...
MEGACLE
Va: fidati di me. Tutto conviene
ch'io spieghi ad Aristea. [a parte a Licida]
LICIDA
Ma non poss'io
esser presente?
MEGACLE
No: più che non credi
delicato è l'impegno. [come sopra]
LICIDA
E ben, tu 'l vuoi,
io lo farò. Poco mi scosto: un cenno
basterà perch'io torni. Ah! pensa, amico,
di che parli, e per chi. Se nulla mai
feci per te, se mi sei grato e m'ami,
mostralo adesso. Alla tua fida aìta
la mia pace io commetto e la mia vita. [parte]
SCENA IX
MEGACLE
(Oh ricordi crudeli!)
ARISTEA
Al fin siam soli:
potrò senza ritegni
il mio contento esagerar; chiamarti
mia speme, mio diletto,
luce degli occhi miei...
MEGACLE
No, principessa,
questi soavi nomi
non son per me. Serbali pure ad altro
più fortunato amante.
ARISTEA
E il tempo è questo
di parlarmi così? Giunto è quel giorno...
Ma semplice ch'io son: tu scherzi, o caro,
ed io stolta m'affanno.
MEGACLE
Ah! non t'affanni
senza ragion.
ARISTEA
Spiegati dunque.
MEGACLE
Ascolta:
ma coraggio, Aristea. L'alma prepara
a dar di tua virtù la prova estrema.
ARISTEA
Parla. Aimè! che vuoi dirmi? Il cor mi trema.
MEGACLE
Odi. In me non dicesti
mille volte d'amar, più che 'l sembiante,
il grato cor, l'alma sincera, e quella,
che m'ardea nel pensier, fiamma d'onore?
ARISTEA
Lo dissi, è ver. Tal mi sembrasti, e tale
ti conosco, t'adoro.
MEGACLE
E se diverso
fosse Megacle un dì da quel che dici;
se infedele agli amici,
se spergiuro agli dei, se, fatto ingrato
al suo benefattor, morte rendesse
per la vita che n'ebbe; avresti ancora
amor per lui? Lo soffriresti amante?
L'accetteresti sposo?
ARISTEA
E come vuoi
ch'io figurar mi possa
Megacle mio sì scellerato?
MEGACLE
Or sappi
che per legge fatale,
se tuo sposo divien, Megacle è tale.
ARISTEA
Come!
MEGACLE
Tutto l'arcano
ecco ti svelo. Il principe di Creta
langue per te d'amor. Pietà mi chiede,
e la vita mi diede. Ah principessa,
se negarla poss'io, dillo tu stessa.
ARISTEA
E pugnasti...
MEGACLE
Per lui.
ARISTEA
Perder mi vuoi...
MEGACLE
Sì, per serbarmi sempre
degno di te.
ARISTEA
Dunque io dovrò...
MEGACLE
Tu dèi
coronar l'opra mia. Sì, generosa,
adorata Aristea, seconda i moti
d'un grato cor. Sia, qual io fui fin ora,
Licida in avvenire. Amalo. E` degno
di sì gran sorte il caro amico. Anch'io
vivo di lui nel seno;
e s'ei t'acquista, io non ti perdo appieno.
ARISTEA
Ah qual passaggio è questo! Io dalle stelle
precipito agli abissi. Eh no: si cerchi
miglior compenso. Ah! senza te la vita
per me vita non è.
MEGACLE
Bella Aristea,
non congiurar tu ancora
contro la mia virtù. Mi costa assai
il prepararmi a sì gran passo. Un solo
di quei teneri sensi
quant'opera distrugge!
ARISTEA
E di lasciarmi...
MEGACLE
Ho risoluto.
ARISTEA
Hai risoluto? E quando?
MEGACLE
Questo (morir mi sento)
questo è l'ultimo addio.
ARISTEA
L'ultimo! Ingrato...
Soccorretemi, o numi! Il piè vacilla:
freddo sudor mi bagna il volto; e parmi
ch'una gelida man m'opprima il core! [s'appoggia ad un tronco]
MEGACLE
Sento che il mio valore
mancando va. Più che a partir dimoro,
meno ne son capace.
Ardir. Vado, Aristea: rimanti in pace.
ARISTEA
Come! Già m'abbandoni?
MEGACLE
E` forza, o cara,
separarsi una volta.
ARISTEA
E parti...
MEGACLE
E parto
per non tornar più mai. [in atto di partire]
ARISTEA
Senti. Ah no... Dove vai?
MEGACLE
A spirar, mio tesoro,
lungi dagli occhi tuoi. [Megacle parte risoluto, poi si ferma]
ARISTEA
Soccorso... Io... moro.[sviene sopra un sasso]
MEGACLE
Misero me, che veggo! [rivolgendosi indietro]
Ah l'oppresse il dolor! [tornando] Cara mia speme,
bella Aristea, non avvilirti; ascolta:
Megacle è qui. Non partirò. Sarai...
Che parlo? Ella non m'ode. Avete, o stelle,
più sventure per me? No, questa sola
mi restava a provar. Chi mi consiglia?
Che risolvo? Che fo? Partir? Sarebbe
crudeltà, tirannia. Restar? che giova?
forse ad esserle sposo? E 'l re ingannato
, e l'amico tradito, e la mia fede,
e l'onor mio lo soffrirebbe? Almeno
partiam più tardi. Ah che sarem di nuovo
a quest'orrido passo! Ora è pietade
l'esser crudele. Addio, mia vita: addio, [le prende la mano e la bacia]
mia perduta speranza. Il Ciel ti renda
più felice di me. Deh, conservate
questa bell'opra vostra, eterni dei;
e i dì, ch'io perderò, donate a lei.
Licida... Dov'è mai? Licida.[verso la scena]
SCENA X
LICIDA
Intese
tutto Aristea?
MEGACLE
Tutto. T'affretta, o prence;
soccorri la tua sposa. [in atto di partire]
LICIDA
Aimè, che miro!
Che fu? [a Megacle]
MEGACLE
Doglia improvvisa
le oppresse i sensi. [partendo come sopra]
LICIDA
E tu mi lasci?
MEGACLE
Io vado...[tornando indietro]
Deh pensa ad Aristea. [partendo](Che dirà mai
quando in sé tornerà? [si ferma]Tutte ho presenti
tutte le smanie sue). Licida, ah senti.
Se cerca, se dice:
"L'amico dov'è?".
"L'amico infelice",
rispondi, "morì".
Ah no! sì gran duolo
non darle per me:
rispondi ma solo:
"Piangendo partì".
Che abisso di pene
lasciare il suo bene, l
asciarlo per sempre,
lasciarlo così! [parte]
SCENA XI
LICIDA
Che laberinto è questo! Io non l'intendo.
Semiviva Aristea... Megacle afflitto...
ARISTEA
Oh Dio!
LICIDA
Ma già quell'alma
torna agli usati uffizi. Apri i bei lumi,
principessa, ben mio.
ARISTEA
[senza vederlo] Sposo infedele!
LICIDA
Ah! non dirmi così. Di mia costanza
ecco in pegno la destra. [la prende per mano]
ARISTEA
Almeno... Oh stelle! [s'avvede non esser Megacle e ritira la mano]
Megacle ov'è?
LICIDA
Partì.
ARISTEA
Partì l'ingrato?
Ebbe cor di lasciarmi in questo stato?
LICIDA
Il tuo sposo restò.
ARISTEA
[s'alza con impeto] Dunque è perduta
l'umanità, la fede,
l'amore, la pietà! Se questi iniqui
incenerir non sanno,
numi, i fulmini vostri in ciel che fanno?
LICIDA
Son fuor di me. Dì, che t'offese, o cara?
Parla; brami vendetta? Ecco il tuo sposo,
ecco Licida...
ARISTEA
Oh dei!
Tu quel Licida sei! Fuggi, t'invola,
nasconditi da me. Per tua cagione,
perfido, mi ritrovo a questo passo.
LICIDA
E qual colpa ho commessa? Io son di sasso.
ARISTEA
Tu me da me dividi;
barbaro, tu m'uccidi:
tutto il dolor, ch'io sento,
tutto mi vien da te.
No, non sperar mai pace.
Odio quel cor fallace:
oggetto di spavento
sempre sarai per me. [parte]
SCENA XII
LICIDA
A me "barbaro"! Oh numi!
"Perfido" a me! Voglio seguirla; e voglio
sapere almen che strano enigma è questo.
ARGENE
Fermati, traditor.
LICIDA
Sogno o son desto!
ARGENE
Non sogni no: son io
l'abbandonata Argene. Anima ingrata,
riconosci quel volto,
che fu gran tempo il tuo piacer; se pure
in sorte sì funesta
delle antiche sembianze orma vi resta.
LICIDA
(Donde viene; in qual punto
mi sorprende costei! Se più mi fermo,
Aristea non raggiungo). Io non intendo
bella ninfa, i tuoi detti. Un'altra volta
potrai meglio spiegarti. [vuol partire]
ARGENE
[trattenendolo] Indegno, ascolta.
LICIDA
(Misero me!)
ARGENE
Tu non m'intendi? Intendo
ben io la tua perfidia. I nuovi amori,
le frodi tue tutte riseppi; e tutto
saprà da me Clistene
per tua vergogna. [vuol partire]
LICIDA
[trattenendola] Ah no! Sentimi, Argene.
Non sdegnarti: perdona,
se tardi ti ravviso. Io mi rammento
gli antichi affetti; e, se tacer saprai,
forse... chi sa.
ARGENE
Si può soffrir di questa
ingiuria più crudel! "Chi sa", mi dici?
In vero io son la rea. Picciole prove
di tua bontà non sono
le vie che m'offri a meritar perdono.
LICIDA
Ascolta. Io volli dir... [vuol prenderla permano]
ARGENE
Lasciami, ingrato: non ti voglio ascoltar.
LICIDA
(Son disperato).
ARGENE
No, la speranza
più non m'alletta:
voglio vendetta,
non chiedo amor.
Pur che non goda
quel cor spergiuro,
nulla mi curo
del mio dolor.[parte]
SCENA XIII
LICIDA
In angustia più fiera
io non mi vidi mai. Tutto è in ruina,
se parla Argene. E` forza
raggiungerla, placarla... E chi trattiene
la principessa intanto? Il solo amico
potria... Ma dove andò? Si cerchi. Almeno
e consiglio e conforto
Megacle mi darà.[vuol partire]
AMINTA
Megacle è morto!
LICIDA
Che dici, Aminta!
AMINTA
Io dico
pur troppo il ver.
LICIDA
Come! Perché? Qual empio
sì bei giorni troncò? Trovisi: io voglio
ch'esempio di vendetta altrui ne resti.
AMINTA
Principe, nol cercar: tu l'uccidesti.
LICIDA
Io! Deliri?
AMINTA
Volesse
il Ciel ch'io delirassi. Odimi. In traccia
mentre or di te venìa, fra quelle piante
un gemito improvviso
sento: mi fermo: al suon mi volgo; e miro
uom, che sul nudo acciaro
prono già s'abbandona. Accorro. Al petto
fo d'una man sostegno;
con l'altra il ferro svio. Ma, quando al volto
Megacle ravvisai,
pensa com'ei restò, com'io restai!
Dopo un breve stupore: "Ah qual follia
bramar ti fa la morte!",
io volea dirgli. Ei mi prevenne: "Aminta,
ho vissuto abbastanza",
sospirando mi disse dal profondo del cor. "Senz'Aristea
non so viver, né voglio. Ah! son due lustri
che non vivo che in lei. Licida, oh Dio!
m'uccide, e non lo sa; ma non m'offende:
suo dono è questa vita; ei la riprende".
LICIDA
Oh amico! E poi?
AMINTA
Fugge da me, ciò detto,
come partico stral. Vedi quel sasso,
signor, colà, che il sottoposto Alfeo
signoreggia ed adombra? Egli v'ascende
in men che non balena. In mezzo al fiume
si scaglia: io grido in van. L'onda percossa
balzò, s'aperse; in frettolosi giri
si riunì; l'ascose. Il colpo, i gridi
replicaron le sponde; e più nol vidi.
LICIDA
Ah qual orrida scena
or si scopre al mio sguardo! [rimane stupido]
AMINTA
Almen la spoglia,
che albergò sì bell'alma,
vadasi a ricercar. Da' mesti amici
questi a lui son dovuti ultimi uffici. [parte]
SCENA XIV
LICIDA
Dove son! Che m'avvenne! Ah dunque il Cielo
tutte sopra il mio capo
rovesciò l'ire sue! Megacle, oh Dio!
Megacle, dove sei? Che fo nel mondo
senza di te! Rendetemi l'amico,
ingiustissimi dei! Voi mel toglieste,
lo rivoglio da voi. Se lo negate,
barbari, a' voti miei, dovunque ei sia
a viva forza il rapirò. Non temo
tutti i fulmini vostri: ho cor che basta
a ricalcar su l'orme
d'Ercole e di Tesèo le vie di morte.
ALCANDRO
Olà! [Licida non l'ode]
LICIDA
Del guado estremo...
ALCANDRO
Olà!
LICIDA
Chi sei
tu, che audace interrompi
le smanie mie?
ALCANDRO
Regio ministro io sono.
LICIDA
Che vuole il re?
ALCANDRO
Che in vergognoso esiglio
quindi lungi tu vada. Il sol cadente
se in Elide ti lascia,
sei reo di morte.
LICIDA
A me tal cenno?
ALCANDRO
Impara
a mentir nome, a violar la fede,
a deludere i re.
LICIDA
Come! Ed ardisci,
temerario...
ALCANDRO
Non più. Principe, è questo
mio dover; l'ho adempito: adempi il resto.[parte]
SCENA XV LICIDA
[solo] Con questo ferro, indegno, [snuda la spada]
il sen ti passerò... Folle, che dico?
che fo? Con chi mi sdegno? Il reo son io,
io son lo scellerato. In queste vene
con più ragion l'immergerò. Sì, mori,
Licida sventurato... Ah perché tremi,
timida man? Chi ti ritiene? Ah questa
è ben miseria estrema! Odio la vita:
m'atterrisce la morte; e sento intanto
stracciarmi a brano a brano
in mille parti il cor. Rabbia, vendetta,
tenerezza, amicizia,
pentimento, pietà, vergogna, amore
mi trafiggono a gara. Ah chi mai vide
anima lacerata
da tanti affetti e sì contrari! Io stesso
non so come si possa
minacciando tremare, arder gelando,
piangere in mezzo all'ire,
bramar la morte, e non saper morire.
Gemo in un punto e fremo:
fosco mi sembra il giorno:
ho cento larve intorno;
ho mille furie in sen.
Con la sanguigna face
m'arde Megera il petto;
m'empie ogni vena Aletto
del freddo suo velen.[parte]
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
[Bipartita, che si forma dalle rovine di un antico ippodromo, già ricoperte in gran parte d'edera, di spini e d'altre piante selvagge]
[MEGACLE
, trattenuto da AMINTA
per una parte, e dopo ARISTEA
, trattenuta da ARGENE
per l'altra: ma quelli non veggono queste]
MEGACLE
Lasciami. In van t'opponi.
AMINTA
Ah torna, amico,
una volta in te stesso. In tuo soccorso
pronta sempre la mano
del pescator, ch'or ti salvò dall'onde,
credimi, non avrai. Si stanca il Cielo
d'assister chi l'insulta.
MEGACLE
Empio soccorso,
inumana pietà! negar la morte
a chi vive morendo. Aminta, oh Dio!
lasciami.
AMINTA
Non fia ver.
ARISTEA
Lasciami, Argene.
ARGENE
Non lo sperar.
MEGACLE
Senz'Aristea non posso,
non deggio viver più.
ARISTEA
Morir vogl'io
dove Megacle è morto.
AMINTA
[a Megacle] Attendi.
ARGENE
[ad Aristea] Ascolta.
MEGACLE
Che attender?
ARISTEA
Che ascoltar?
MEGACLE
Non si ritrova
più conforto per me.
ARISTEA
Per me nel mondo
non v'è più che sperar.
MEGACLE
Serbarmi in vita...
ARISTEA
Impedirmi la morte...
MEGACLE
Indarno tu pretendi.
ARISTEA
In van presumi.
AMINTA
Ferma. [volendo trattenere Megacle che gli fugge]
ARGENE
Senti, infelice.[volendo trattenere Aristea, come sopra]
ARISTEA
[incontrandosi in Megacle] Oh stelle!
MEGACLE
[incontrandosi in Aristea]Oh numi!
ARISTEA
Megacle!
MEGACLE
Principessa!
ARISTEA
Ingrato! E tanto
m'odii dunque e mi fuggi,
che, per esserti unita
s'io m'affretto a morir, tu torni in vita?
MEGACLE
Vedi a qual segno è giunta,
adorata Aristea, la mia sventura;
io non posso morir: trovo impedite
tutte le vie, per cui si passa a Dite.
ARISTEA
Ma qual pietosa mano...
SCENA II
ALCANDRO
Oh sacrilego! Oh insano!
Oh scellerato ardir!
ARISTEA
Vi sono ancora
nuovi disastri, Alcandro?
ALCANDRO
In questo istante
rinasce il padre tuo.
ARISTEA
Come!
ALCANDRO
Che orrore,
che ruina, che lutto,
se 'l Ciel non difendea, n'avrebbe involti!
ARISTEA
Perché?
ALCANDRO
Già sai che per costume antico
questo festivo dì con un solenne
sacrifizio si chiude. Or mentre al tempio
venìa fra' suoi custodi
la sacra pompa a celebrar Clistene,
perché non so, né da qual parte uscito,
Licida impetuoso
ci attraversa il cammin. Non vidi mai
più terribile aspetto. Armato il braccio,
nuda la fronte avea, lacero il manto,
scomposto il crin. Dalle pupille accese
uscia torbido il guardo; e per le gote,
d'inaridite lagrime segnate,
traspirava il furore. Urta, rovescia
i sorpresi custodi; al re s'avventa:
"Mori", grida fremendo, e gli alza in fronte
il sacrilego ferro.
ARISTEA
Oh Dio!
ALCANDRO
Non cangia
il re sito o color. Severo il guardo
gli ferma in faccia; e in grave suon gli dice:
"Temerario, che fai?". (Vedi se il Cielo
veglia in cura de' re!) Gela a que' detti
il giovane feroce. Il braccio in alto
sospende a mezzo il colpo. Il regio aspetto
attonito rimira: impallidisce;
incomincia a tremar: gli cade il ferro;
e dal ciglio, che tanto
minaccioso parea, prorompe il pianto.
ARISTEA
Respiro.
ARGENE
Oh folle!
AMINTA
Oh sconsigliato!
ARISTEA
Ed ora
il genitor che fa?
ALCANDRO
Di lacci avvolto
ha il colpevole innanzi.
AMINTA
(Ah! si procuri
di salvar l'infelice)[parte]
. MEGACLE
E Licida che dice?
ALCANDRO
Alle richieste
nulla risponde. E` reo di morte, e pare
che nol sappia, o nol curi. Ognor piangendo
il suo Megacle chiama: a tutti il chiede,
lo vuol da tutti; e fra' suoi labbri, come
altro non sappia dir, sempre ha quel nome.
MEGACLE
Più resister non posso. Al caro amico
per pietà chi mi guida?
ARISTEA
Incauto! E quale
sarebbe il tuo disegno? Il genitore
sa che tu l'ingannasti;
sa che Megacle sei; perdi te stesso
presentandoti al re; non salvi altrui.
MEGACLE
Col mio principe insieme
almen mi perderò. [vuol partire]
ARISTEA
Senti. E non stimi
consiglio assai miglior, che il padre offeso
vada a placare io stessa?
MEGACLE
Ah! che di tanto
lusingarmi non so.
ARISTEA
Sì, questo ancora
per te si faccia.
MEGACLE
Oh generosa, oh grande,
oh pietosa Aristea! Facciano i numi
quell'alma bella in questa bella spoglia
lungamente albergar. Ben lo diss'io,
quando pria ti mirai, che tu non eri
cosa mortal. Va, mio conforto...
ARISTEA
Ah basta;
non fa d'uopo di tanto.
Un sol de' guardi tuoi
mi costringe a voler ciò che tu vuoi.
Caro, son tua così,
che per virtù d'amor
i moti del tuo cor
risento anch'io.
Mi dolgo al tuo dolor;
gioisco al tuo gioir;
ed ogni tuo desir
diventa il mio.[parte]
SCENA III
MEGACLE
Deh secondate, o numi,
la pietà d'Aristea. Chi sa se il padre
però si placherà. Troppa ragione
ha di punirlo, è ver; ma della figlia
lo vincerà l'amore. E se nol vince?
Oh Dio! Potessi almeno
veder come l'ascolta. Argene, io voglio
seguitarla da lungi.
ARGENE
Ah tanta cura
non prender di costui. Vedi che 'l Cielo
è stanco di soffrirlo. Al suo destino
lascialo in abbandono.
MEGACLE
Lasciar l'amico! Ah così vil non sono.
Lo seguitai felice
quand'era il ciel sereno,
alle tempeste in seno
voglio seguirlo ancor.
Come dell'oro il fuoco
scopre le masse impure,
scoprono le sventure
de' falsi amici il cor. [parte]
SCENA IV
ARGENE
E pure a mio dispetto
sento pietade anch'io. Tento sdegnarmi,
ne ho ragion, lo vorrei; ma in mezzo all'ira,
mentre il labbro minaccia, il cor sospira.
Sarai debole, Argene,
dunque a tal segno? Ah no. Spergiuro! Ingrato!
non sarà ver. Detesto
la mia pietà. Mai più mirar non voglio
quel volto ingannator. L'odio: mi piace
di vederlo punir. Trafitto a morte
se mi cadesse accanto,
non verserei per lui stilla di pianto.
AMINTA
Misero dove fuggo? Oh dì funesto!
Oh Licida infelice!
ARGENE
E` forse estinto
quel traditor?
AMINTA
No, ma il sarà fra poco.
ARGENE
Non lo credere, Aminta. Hanno i malvagi
molti compagni; onde giammai non sono
poveri di soccorso.
AMINTA
Or ti lusinghi:
non v'è più che sperar. Contro di lui
gridan le leggi, il popolo congiura,
fremono i sacerdoti. Un sangue chiede
l'offesa maestà. De' sagrifizi,
che una colpa interrompe, è il delinquente
vittima necessaria. Ha già deciso
il pubblico consenso. Egli svenato
fia su l'ara di Giove. Esser vi deve
l'offeso re presente; e al sacerdote
porgere il sacro acciaro.
ARGENE
E non potrebbe
rivocarsi il decreto?
AMINTA
E come? Il reo
già in bianche spoglie è avvolto. Il crin di fiori
io coronar gli vidi; e 'l vidi, oh Dio!
incamminarsi al tempio. Ah! fors'è giunto:
ah! forse adesso, Argene,
la bipenne fatal gli apre le vene.
ARGENE
Ah no, povero prence! [piange]
AMINTA
Che giova il pianto?
ARGENE
Ed Aristea non giunse?
AMINTA
Giunse; ma nulla ottenne. Il re non vuole,
o non può compiacerla.
ARGENE
E Megacle?
AMINTA
Il meschino
ne' custodi s'avvenne,
che ne andavano in traccia. Or l'ascoltai
chieder fra le catene
di morir per l'amico: e, se non fosse
ancor ei delinquente,
ottenuto l'avria. Ma un reo per l'altro
morir non può.
ARGENE
L'ha procurato almeno.
Oh forte! Oh generoso! Ed io l'ascolto
senza arrossir? Dunque ha più saldi nodi
l'amistà che l'amore? Ah quali io sento
d'un'emula virtù stimoli al fianco!
Sì, rendiamoci illustri. In fin che dura,
parli il mondo di noi. Faccia il mio caso
meraviglia e pietà: né si ritrovi
nell'universo tutto
chi ripeta il mio nome a ciglio asciutto.
Fiamma ignota nell'alma mi scende:
sento il nume; m'inspira, m'accende,
di me stessa mi rende maggior.
Ferri, bende, bipenni, ritorte,
pallid'ombre, compagne di morte,
già vi guardo, ma senza terror. [parte]
SCENA V
AMINTA
Fuggi, salvati, Aminta. In queste sponde
tutto è orror, tutto è morte. E dove, oh Dio!
senza Licida io vado? Io l'educai
con sì lungo sudore: a regie fasce
io l'innalzai da sconosciuta cuna;
ed or potrei senz'esso
partir così? No. Si ritorni al tempio:
si vada incontro all'ira
dell'oltraggiato re. Licida involva
me ancor ne falli sui:
si mora di dolor, ma accanto a lui.
Son qual per mare ignoto
naufrago passeggiero,
già con la morte a nuoto
ridotto a contrastar.
Ora un sostegno ed ora
perde una stella; al fine
perde la speme ancora
e s'abbandona al mar.[parte]
SCENA VI
[ Aspetto esteriore del gran tempio di Giove Olimpico, dal quale si scende per lunga e magnifica scala divisa in vari piani. Piazza innanzi al medesimo con ara ardente nel mezzo. Bosco all'intorno de' sacri ulivi silvestri, donde formavansi le corone per gli atleti vincitori.]
CORO
I tuoi strali terror de' mortali
ah! sospendi, gran padre de' numi,
ah! deponi, gran nume de' re.
PARTE DEL CORO
Fumi il tempio del sangue d'un empio,
che oltraggiò con insano furore,
sommo Giove, un'immago di te.
CORO
I tuoi strali terror de' mortali
ah! sospendi, gran padre de' numi,
ah! deponi, gran nume de' re.
PARTE DEL CORO
L'onde chete del pallido Lete
l'empio varchi; ma il nostro timore
ma il suo fallo portando con sé.
CORO
I tuoi strali terror de' mortali
ah! sospendi, gran padre de' numi,
ah! deponi, gran nume de' re.
CLISTENE
Giovane sventurato, ecco vicino
de' tuoi miseri dì l'ultimo istante.
Tanta pietade (e mi punisca Giove
se adombro il ver) tanta pietà mi fai,
che non oso mirarti. Il Ciel volesse
che potess'io dissimular l'errore:
ma non lo posso, o figlio. Io son custode
della ragion del trono. Al braccio mio
illesa altri la diede;
e renderla degg'io
illesa o vendicata a chi succede.
Obbligo di chi regna
necessario è così, come penoso,
il dover con misura esser pietoso.
Pur se nulla ti resta
a desiar, fuor che la vita, esponi
libero il tuo desire. Esserne io giuro
fedele esecutor. Quanto ti piace,
figlio, prescrivi; e chiudi i lumi in pace.
LICIDA
Padre, che ben di padre,
non di giudice e re, que' detti sono,
non merito perdono,
non lo spero, nol chiedo, e nol vorrei.
Afflisse i giorni miei
di tal modo la sorte,
ch'io la vita pavento, e non la morte.
L'unico de' miei voti
è il riveder l'amico
pria di spirar. Già ch'ei rimase in vita,
l'ultima grazia imploro
d'abbracciarlo una volta, e lieto io moro.
CLISTENE
T'appagherò. Custodi, [alle guardie]
Megacle a me.
ALCANDRO
Signor, tu piangi! E quale
eccessiva pietà l'alma t'ingombra?
CLISTENE
Alcandro, lo confesso,
stupisco di me stesso. Il volto, il ciglio,
la voce di costui nel cor mi desta
un palpito improvviso,
che lo risente in ogni fibra il sangue.
Fra tutti i miei pensieri
la cagion ne ricerco, e non la trovo.
Che sarà, giusti dei, questo ch'io provo?
Non so donde viene
quel tenero affetto
quel moto, che ignoto
mi nasce nel petto;
quel gel, che le vene
scorrendo mi va.
Nel seno a destarmi
sì fieri contrasti
non parmi che basti
la sola pietà.
SCENA VII
LICIDA
Ah! vieni, illustre esempio
di verace amistà: Megacle amato,
caro Megacle, vieni.
MEGACLE
Ah qual ti trovo,
povero prence!
LICIDA
Il rivederti in vita
mi fa dolce la morte.
MEGACLE
E che mi giova
una vita, che in vano
voglio offrir per la tua? Ma molto innanzi,
Licida, non andrai. Noi passeremo
ombre amiche indivise il guado estremo.
LICIDA
O delle gioie mie, de' miei martìri,
finché piacque al destin, dolce compagno,
separarci convien. Poiché siam giunti
agli ultimi momenti,
quella destra fedel porgimi, e senti.
Sia preghiera, o comando
vivi; io bramo così. Pietoso amico
chiudimi tu di propria mano i lumi;
ricordati di me. Ritorna in Creta
al padre mio... Povero padre! a questo
preparato non sei colpo crudele.
Deh tu l'istoria amara
raddolcisci narrando. Il vecchio afflitto
reggi, assisti, consola;
lo raccomando a te. Se piange, il pianto
tu gli asciuga sul ciglio;
e in te, se un figlio vuol, rendigli un figlio.
MEGACLE
Taci: mi fai morir.
CLISTENE
Non posso, Alcandro,
resister più. Guarda que' volti: osserva
que' replicati amplessi,
que' teneri sospiri e que' confusi
fra le lagrime alterne ultimi baci.
Povera umanità!
ALCANDRO
Signor, trascorre
l'ora permessa al sacrifizio.
CLISTENE
E` vero.
Olà, sacri ministri,
la vittima prendete. E voi, custodi,
dall'amico infelice
dividete colui.[son divisi da' sacerdoti e da' custodi]
MEGACLE
Barbari! Ah voi
avete dal mio sen svelto il cor mio!
LICIDA
Ah dolce amico!
MEGACLE
Ah caro prence!
LICIDA
, Megacle Addio!
CORO
I tuoi strali terror de' mortali
ah! sospendi, gran padre de' numi
ah! deponi, gran nume de' re.
[Nel tempo che si canta il coro, Licida va ad inginocchiarsi a piè dell'ara appresso al sacerdote. Il re prende la sacra scure, che gli vien presentata sopra un bacile da un de' ministri del tempio; e, nel porgerla al sacerdote canta i seguenti versi, accompagnati da grave sinfonia]
CLISTENE
O degli uomini padre e degli dei,
onnipotente Giove,
al cui cenno si move
il mar, la terra, il ciel; di cui ripieno
è l'universo, e dalla man di cui
pende d'ogni cagione e d'ogni evento
la connessa catena;
questa, che a te si svena,
sacra vittima accogli. Essa i funesti,
che ti splendono in man, folgori arresti.[nel porgere la scure al sacerdote viene interrotto da Argene]
SCENA VIII
ARGENE
Fermati, o re. Fermate,
sacri ministri.
CLISTENE
Oh insano ardir! Non sai,
ninfa, qual opra turbi?
ARGENE
Anzi più grata
vengo a renderla a Giove. Una io vi reco
vittima volontaria ed innocente,
che ha valor, che ha desio
di morir per quel reo.
CLISTENE
Qual è?
ARGENE
Son io.
MEGACLE
(Oh bella fede!)
LICIDA
(Oh mio rossor!)
CLISTENE
Dovresti
saper che al debil sesso
pel più forte morir non è permesso.
ARGENE
Ma il morir non si vieta
per lo sposo a una sposa. In questa guisa
so che al tessalo Admeto
serbò la vita Alceste; e so che poi
l'esempio suo divenne legge a noi.
CLISTENE
Che perciò? Sei tu forse
di Licida consorte?
ARGENE
Ei me ne diede
in pegno la sua destra e la sua fede.
CLISTENE
Licori, io, che t'ascolto,
son più folle di te. D'un regio erede
una vil pastorella
dunque...
ARGENE
Né vil son io,
né son Licori. Argene ho nome: in Creta
chiara è del sangue mio la gloria antica:
e, se giurommi fé, Licida il dica.
CLISTENE
Licida, parla.
LICIDA
(E` l'esser menzognero
questa volta pietà). No, non è vero.
ARGENE
Come! E negar lo puoi? Volgiti, ingrato;
riconosci i tuoi doni,
se me non vuoi. L'aureo monile è questo,
che nel punto funesto
di giurarmi tua sposa
ebbi da te. Ti risovvenga almeno
che di tua man me ne adornasti il seno.
LICIDA
(Pur troppo è ver).
ARGENE
Guardalo, o re.
CLISTENE
Dinanzi
[alle guardie, che vogliono allontanarla a forza]
mi si tolga costei.
ARGENE
Popoli, amici,
sacri ministri, eterni dei, se pure
n'è alcun presente al sacrifizio ingiusto,
protesto innanzi a voi; giuro ch'io sono
sposa a Licida, e voglio
morir per lui: né... Principessa, ah! vieni;
soccorrimi: non vuole
udirmi il padre tuo.
SCENA IX
ARISTEA
Credimi, o padre,
è degna di pietà.
CLISTENE
Dunque volete
ch'io mi riduca a delirar con voi?
Parla; ma siano brevi i detti tuoi. [ad Argane]
ARGENE
Parlino queste gemme, [porge il monile a Clistene]
io tacerò. Van di tai fregi adorne
in Elide le ninfe?
CLISTENE
[lo guarda e si turba] Aimè, che miro!
Alcandro riconosci
questo monil?
ALCANDRO
Se il riconosco? E` quello
che al collo avea, quando l'esposi all'onde,
il tuo figlio bambin.
CLISTENE
Licida (oh Dio!
tremo da capo a piè). Licida, sorgi,
guarda: è ver che costei
l'ebbe in dono da te?
LICIDA
Però non debbe
morir per me. Fu la promessa occulta,
non ebbe effetto; e col solenne rito
l'imeneo non si strinse.
CLISTENE
Io chiedo solo
se il dono è tuo.
LICIDA
Sì.
CLISTENE
Da qual man ti venne?
LICIDA
A me donollo Aminta.
CLISTENE
E questo Aminta
chi è? LICIDA
Quello a cui diede
il genitor degli anni miei la cura.
CLISTENE
Dove sta?
LICIDA
Meco venne;
meco in Elide è giunto.
CLISTENE
Questo Aminta si cerchi.
ARGENE
Eccolo appunto.
SCENA X
AMINTA
Ah, Licida...[vuole abbracciarlo]
CLISTENE
T'accheta.
Rispondi, e non mentir. Questo monile
donde avesti?
AMINTA
Signor, da mano ignota,
già scorse il quinto lustro
ch'io l'ebbi in don.
CLISTENE
Dov'eri allor?
AMINTA
Là, dove
in mar presso a Corinto
sbocca il torbido Asopo.
ALCANDRO
(Ah! ch'io rinvengo
[guardando attentamente Aminta]
delle note sembianze
qualche traccia in quel volto. Io non m'inganno:
certo egli è desso). Ah! d'un antico errore
[inginocchiandosi]
mio re, son reo. Deh mel perdona: io tutto
fedelmente dirò.
CLISTENE
Sorgi, favella.
ALCANDRO
Al mar, come imponesti,
non esposi il bambin: pietà mi vinse.
Costui straniero, ignoto
mi venne innanzi, e gliel donai, sperando
che in rimote contrade
tratto l'avrebbe.
CLISTENE
E quel fanciullo, Aminta,
dov'è? Che ne facesti?
AMINTA
Io... (Quale arcano
ho da scoprir!)
CLISTENE
Tu impallidisci! Parla,
empio; dì, che ne fu? Tacendo aggiungi
all'antico delitto error novello.
AMINTA
L'hai presente, o signor: Licida è quello.
CLISTENE
Come! non è di Creta
Licida il prence?
AMINTA
Il vero prence in fasce
finì la vita. Io, ritornato appunto
con lui bambino in Creta, al re dolente
l'offersi in dono: ei dell'estinto in vece
al trono l'educò per mio consiglio.
CLISTENE
Oh numi! ecco Filinto, ecco il mio figlio.[abbracciandolo]
ARISTEA
Stelle!
LICIDA
Io tuo figlio?
CLISTENE
Sì. Tu mi nascesti
gemello ad Aristea. Delfo m'impose
d'esporti al mar bambino, un parricida
minacciandomi in te.
LICIDA
Comprendo adesso
l'orror che mi gelò, quando la mano
sollevai per ferirti.
CLISTENE
Adesso intendo
l'eccessiva pietà, che nel mirarti
mi sentivo nel cor.
AMINTA
Felice padre!
ALCANDRO
Oggi molti in un punto
puoi render lieti.
CLISTENE
E lo desio. D'Argene
Filinto il figlio mio,
Megacle d'Aristea vorrei consorte;
ma Filinto, il mio figlio, è reo di morte.
MEGACLE
Non è più reo, quando è tuo figlio.
CLISTENE
E` forse
la libertà de' falli
permessa al sangue mio? Qui viene ogni altro
valore a dimostrar, l'unico esempio
esser degg'io di debolezza? Ah questo
di me non oda il mondo. Olà, ministri,
risvegliate su l'ara il sacro fuoco.
Va, figlio, e mori. Anch'io morrò fra poco.
AMINTA
Che giustizia inumana!
ALCANDRO
Che barbara virtù!
MEGACLE
Signor, t'arresta.
Tu non puoi condannarlo. In Sicione
sei re, non in Olimpia. E` scorso il giorno,
a cui tu presiedesti. Il reo dipende
dal pubblico giudizio.
CLISTENE
E ben s'ascolti
dunque il pubblico voto. A prò del reo
non prego, non comando, e non consiglio.
CORO DI SACERDOTI E POPOLO
Viva il figlio delinquente,
perché in lui non sia punito
l'innocente genitor.
Né funesti il dì presente,
né disturbi il sacro rito
un'idea di tanto orror.
LICENZA
Ah no, l'augusto sguardo
non rivolgere altrove, eccelsa Elisa.
Ubbidirò. Tu ascolterai, se m'odi,
(dura legge a compir!) voti e non lodi.
Veggano ancor ben cento volte e cento
i numerosi tuoi sudditi regni
tornar sempre più chiaro
questo giorno per te: per te, che sei
la lor felicità, che nel tuo seno
le più belle virtù, come in lor trono,
l'una all'altra congiunte... Aimè! Perdono.
Voti in mente io formai; ma dal mio labbro
escon (per qual magia dir non saprei)
trasformati in tua lode i voti miei.
Errai: ma il mondo intero
ho complice nel fallo; e (non sdegnarti)
mi par bello l'error. L'anime grandi
a vantaggio di tutti il Ciel produce.
Nasconderne la luce
perché, se agli altri il buon cammino insegna?
Le lodi di chi regna
sono scuola a chi serve. Il grande esempio
innamora, corregge,
persuade, ammaestra. Appresso al fonte
tutti non sono: è ben ragion che alcuno
disseti anche i lontani. Ah, non è reo
chi, celebrando i pregi
dell'anime reali, ubbidisce agli dei, giova a' mortali.
Nube così profonda
non può formarsi mai,
che le tue glorie asconda,
che ne trattenga il vol.
Saria difficil meno
torre alle stelle i rai,
a' fulmini il baleno,
la chiara luce al sol.
FINE











ATTILIO REGOLO DI PIETRO METASTASIO
ARGOMENTO
ATTO PRIMO
ATTO SECONDO
ATTO TERZO











ATTILIO REGOLO

[Dramma scritto dall'autore in Vienna, d'ordine dell'imperatrice Elisabetta per doversi produrre in occasione di festeggiare il prossimo giorno di nome dell'augustissimo suo consorte Carlo VI, il dì 4 novembre 1740. Ma, avendo egli cessato di vivere prima della preparata solennità, rimase occulto il dramma per lo spazio di anni dieci: dopo i quali mandato dall'autore a richiesta di Augusto III di Polonia, fu nella corte di Dresda con reale magnificenza la prima volta rappresentato con musica dell'Hasse (Johann Adolf Hasse, nato nel 1699 e morto nel 1783, al tempo dell'Attilio Regolo maestro di cappella a Dresda) alla presenza de' sovrani nel carnevale dell'anno 1750]
Fra i nomi più gloriosi, de' quali andò superba la romana repubblica, ha per consenso di tutta l'antichità occupato sempre distinto luogo il nome d'Attilio Regolo poiché non sacrificò solo a prò della patria il sangue, i sudori e le cure sue; ma seppe rivolgere a vantaggio della medesima fin le proprie disavventure.
Carico già d'anni e di merito trovossi egli sventuratamente prigioniero in Cartagine, quando quella città, atterrita dalla fortuna dell'emula Roma, si vide costretta, per mezzo d'ambasciadori, a proccurar pace da quella o il cambio almeno de' prigionieri. La libertà, che sarebbe ridondata ad Attilio Regolo dalla esecuzione di tai proposte, fé crederlo a' Cartaginesi opportuno stromento per conseguirle: onde insieme con l'ambasciadore africano lo inviarono a Roma, avendolo prima obbligato a giurar solennemente di rendersi alle sue catene, quando nulla ottenesse. All'inaspettato arrivo di Regolo proruppero in tanti trasporti di tenera allegrezza i Romani, in quanti di mestizia e di desolazione eran già cinque anni innanzi trascorsi all'infausto annunzio della sua schiavitù. E per la libertà di sì grande eroe sarebbe certamente paruta loro leggiera qualunque gravissima condizione: ma Regolo, in vece di valersi a suo privato vantaggio del credito e dell'amore, ch'egli avea fra' suoi cittadini, l'impiegò tutto a dissuader loro d'accettar le nemiche insidiose proposte. E lieto d'averli persuasi, fra le lagrime de' figli, fra le preghiere de' congiunti, fra le istanze degli amici, del Senato e del popolo tutto, che affollati d'intorno a lui si affannavano per trattenerlo, tornò religiosamente all'indubitata morte, che in Africa l'attendeva: lasciando alla posterità un così portentoso esempio di fedeltà e di costanza.
Appian. Zonar. Cic. Oraz. ed altri.
INTERLOCUTORI
Regolo Manlio, consolo
Attilia, figliuola di Regolo
Publio, figliuolo di Regolo
Barce, nobile africana, schiava di Publio
Licinio, tribuno della plebe, amante d'Attilia
Amilcare, ambasciadore di Cartagine, amante di Barce
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
LICINIO.
Sei tu, mia bella Attilia? Oh dei! confusa
fra la plebe e i littori
di Regolo la figlia
qui trovar non credei.
ATTILIA.
Su queste soglie
ch'esca il console attendo. Io voglio almeno
farlo arrossir. Più di riguardi ormai
non è tempo, o Licinio. In lacci avvolto
geme in Africa il padre; un lustro è scorso:
nessun s'affanna a liberarlo; io sola
piango in Roma e rammento i casi sui.
Se taccio anch'io, chi parlerà per lui?
LICINIO.
Non dir così; saresti ingiusta. E dove,
dov'è chi non sospiri
di Regolo il ritorno, e che non creda
un acquisto leggier l'Africa doma,
se ha da costar tal cittadino a Roma?
Di me non parlo; è padre tuo;
t'adoro; lui duce appresi a trattar l'armi; e, quanto
degno d'un cor romano
in me traluce, ei m'inspirò.
ATTILIA.
Fin ora
però non veggo...
LICINIO.
E che potei privato
fin or per lui? D'ambiziosa cura
ardor non fu, che a procurar m'indusse
la tribunizia potestà: cercai
d'avvalorar con questa
le istanze mie. Del popol tutto a nome
tribuno or chiederò...
ATTILIA.
Serbisi questo
violento rimedio al caso estremo.
Non risvegliam tumulti
fra 'l popolo e il Senato. E` troppo, il sai,
della suprema autorità geloso
ciascun di loro. Or questo, or quel n'abusa;
e quel che chiede l'un, l'altro ricusa.
V'è più placida via. So che a momenti
da Cartagine in Roma
un orator s'attende: ad ascoltarlo
già s'adunano i padri
di Bellona nel tempio; ivi proporre
di Regolo il riscatto
il console potria.
LICINIO.
Manlio! Ah rammenta
che del tuo genitore emulo antico
fu da' prim'anni. In lui fidarsi è vano:
è Manlio un suo rival.
ATTILIA.
Manlio è un romano;
né armar vorrà la nimistà privata
col pubblico poter. Lascia ch'io parli;
udiam che dir saprà.
LICINIO.
Parlagli almeno,
parlagli altrove; e non soffrir che mista
qui fra 'l volgo ti trovi.
ATTILIA.
Anzi vogl'io
che appunto in questo stato
mi vegga, si confonda;
che in pubblico m'ascolti e mi risponda.
LICINIO.
Ei vien.
ATTILIA.
Parti.
LICINIO.
Ah né pure
d'uno sguardo mi degni.
ATTILIA.
In quest'istante
io son figlia, o Licinio, e non amante.
LICINIO.
Tu sei figlia, e lodo anch'io
il pensier del genitore;
ma ricordati, ben mio,
qualche volta ancor di me.
Non offendi, o mia speranza,
la virtù del tuo bel core,
rammentando la costanza
di chi vive sol per te. [parte]
SCENA II
[Attila, Manlio dalla scala, littori e popolo]
ATTILIA.
Manlio, per pochi istanti
t'arresta, e m'odi.
MANLIO
E questo loco, Attilia,
parti degno di te?
ATTILIA.
Non fu sin tanto
che un padre invitto in libertà vantai;
per la figlia d'un servo è degno assai.
MANLIO
A che vieni?
ATTILIA.
A che vengo! Ah sino a quando
con stupor della terra,
con vergogna di Roma, in vil servaggio
Regolo ha da languir? Scorrono i giorni,
gli anni giungono a lustri, e non si pensa
ch'ei vive in servitù. Qual suo delitto
meritò da' Romani
questo barbaro obblio? Forse l'amore,
onde i figli e se stesso
alla patria pospose? Il grande, il giusto,
l'incorrotto suo cor? L'illustre forse
sua povertà ne' sommi gradi? Ah come
chi quest'aure respira
può Regolo obbliar! Qual parte in Roma
non vi parla di lui? Le vie? per quelle
ei passò trionfante. Il Foro? A noi
provvide leggi ivi dettò. Le mura
ove accorre il Senato? I suoi consigli
là fabbricar più volte
la pubblica salvezza. Entra ne' tempii,
ascendi, o Manlio, il Campidoglio, e dimmi,
chi gli adornò di tante
insegne pellegrine
puniche, siciliane e tarentine?
Questi, questi littori,
ch'or precedono a te; questa, che cingi,
porpora consolar, Regolo ancora
ebbe altre volte intorno: ed or si lascia
morir fra' ceppi? Ed or non ha per lui
che i pianti miei, ma senza prò versati?
Oh padre! Oh Roma! Oh cittadini ingrati!
MANLIO
Giusto, Attilia, è il tuo duol, ma non è giusta
l'accusa tua. Di Regolo la sorte
anche a noi fa pietà. Sappiam di lui
qual faccia empio governo
la barbara Cartago...
ATTILIA.
Eh che Cartago
la barbara non è. Cartago opprime
un nemico crudel: Roma abbandona
un fido cittadin. Quella rammenta
quant'ei già l'oltraggiò; questa si scorda
quant'ei sudò per lei. Vendica l'una
i suoi rossori in lui; l'altra il punisce
perché d'allòr le circondò la chioma.
La barbara or qual è? Cartago o Roma?
MANLIO
Ma che far si dovrebbe?
ATTILIA.
Offra il Senato
per lui cambio o riscatto
all'africano ambasciador.
MANLIO
Tu parli,
Attilia, come figlia: a me conviene
come console oprar. Se tal richiesta
sia gloriosa a Roma,
fa d'uopo esaminar. Chi alle catene
la destra accostumò...
ATTILIA.
Donde apprendesti
così rigidi sensi?
MANLIO
Io n'ho su gli occhi
i domestici esempi.
ATTILIA.
Eh dì che al padre
sempre avverso tu fosti.
MANLIO
E` colpa mia,
se vincer si lasciò? Se fra' nemici
rimase prigionier?
ATTILIA.
Pria d'esser vinto
ei v'insegnò più volte...
MANLIO
Attilia, ormai
il Senato è raccolto: a me non lice
qui trattenermi. Agli altri padri inspira
massime meno austere. Il mio rigore
forse puoi render vano;
ch'io son console in Roma e non sovrano.
Mi crederai crudele,
dirai che fiero io sia;
ma giudice fedele
sempre il dolor non è.
M'affliggono i tuoi pianti,
ma non è colpa mia,
se quel, che giova a tanti,
solo è dannoso a te.
SCENA III
ATTILIA.
Nulla dunque mi resta
da' consoli a sperar. Questo è nemico;
assente è l'altro. Al popolar soccorso
rivolgersi convien. Padre infelice,
da che incerte vicende
la libertà, la vita tua dipende!
BARCE
Attilia, Attilia.
ATTILIA.
Onde l'affanno?
BARCE
E` giunto
l'africano orator.
ATTILIA.
Tanto trasporto
la novella non merta.
BARCE
Altra ne reco
ben più grande.
ATTILIA.
E qual è?
BARCE
Regolo è seco.
ATTILIA.
Il padre!
BARCE
Il padre.
ATTILIA.
Ah, BARCE
, t'ingannasti o m'inganni?
BARCE
Io nol mirai,
ma ognun...
ATTILIA.
Publio... [vedendolo venire]
SCENA IV
PUBLIO
Germana...
Son fuor di me... Regolo è in Roma.
ATTILIA.
Oh Dio!
Che assalto di piacer! Guidami a lui.
Dov'è? Corriam...
PUBLIO
Non è ancor tempo. Insieme
con l'orator nemico attende adesso
che l'ammetta il Senato.
ATTILIA.
Ove il vedesti?
PUBLIO
Sai che questor degg'io
gli stranieri oratori
d'ospizio provveder. Sento che giunge
l'orator di Cartago; ad incontrarlo
m'affretto al porto: un africano io credo
vedermi in faccia, e il genitor mi vedo.
ATTILIA.
Che disse? che dicesti?
PUBLIO
Ei su la ripa
era già, quand'io giunsi, e il Campidoglio,
ch'indi in parte si scopre,
stava fisso a mirar. Nel ravvisarlo
corsi gridando: "Ah, caro padre!" e volli
la sua destra baciar. M'udì, si volse,
ritrasse il piede, e, in quel sembiante austero
con cui già fé tremar l'Africa doma,
"Non son padri" mi disse "i servi in Roma".
Io replicar volea: ma, se raccolto
fosse il Senato, e dove,
chiedendo m'interruppe. Udillo, e senza
parlar là volse i passi. Ad avvertirne
il console io volai. Dov'è? Non veggo
qui d'intorno i littori...
BARCE
Ei di Bellona
al tempio s'inviò.
ATTILIA.
Servo ritorna
dunque Regolo a noi?
PUBLIO
Sì; ma di pace
so che reca proposte: e che da lui
dipende il suo destin.
ATTILIA.
Chi sa se Roma
quelle proposte accetterà.
PUBLIO
Se vedi
come Roma l'accoglie,
tal dubbio non avrai. Di gioia insani
son tutti, Attilia. Al popolo, che accorre,
sono anguste le vie. L'un l'altro affretta;
questo a quello l'addìta. Oh con quai nomi
chiamar l'intesi! E a quanti
molle osservai per tenerezza il ciglio!
Che spettacolo, Attilia, al cor d'un figlio!
ATTILIA.
Ah Licinio dov'è? Di lui si cerchi:
imperfetta saria
non divisa con lui la gioia mia.
Goda con me, s'io godo,
l'oggetto di mia fé,
come penò con me
quand'io penai.
Provi felice il nodo
in cui l'avvolse Amor:
assai tremò fin or,
sofferse assai. [parte]
SCENA V
PUBLIO
Addio, Barce vezzosa.
BARCE
Odi. Non sai
dell'orator cartaginese il nome?
PUBLIO
Sì; Amilcare si appella.
BARCE
E` forse il figlio
d'Annone?
PUBLIO
Appunto.
BARCE
(Ah l'idol mio!)
PUBLIO
Tu cangi
color! Perché? Fosse costui cagione
del tuo rigor con me?
BARCE
Signor, trovai
tal pietà di mia sorte
in Attilia ed in te, che non m'avvidi
fin or di mie catene; e troppo ingrata
sarei, se t'ingannassi: a te sincera
tutto il cor scoprirò. Sappi...
PUBLIO
T'accheta:
mi prevedo funesta
la tua sincerità. Fra le dolcezze
di questo dì non mescoliam veleno;
se d'altri sei, vo' dubitarne almeno.
Se più felice oggetto
occupa il tuo pensiero,
taci, non dirmi il vero,
lasciami nell'error.
E` pena, che avvelena,
un barbaro sospetto;
ma una certezza è pena
che opprime affatto un cor.[parte]
SCENA VI
BARCE
Dunque è ver che a momenti
il mio ben rivedrò? L'unico, il primo,
onde m'accesi? Ah! che farai, cor mio,
d'Amilcare all'aspetto,
se al nome sol così mi balzi in petto?
Sol può dir che sia contenta
chi penò gran tempo in vano,
dal suo ben chi fu lontano
e lo torna a riveder.
Si fan dolci in quel momento
e le lagrime e i sospiri;
le memorie de' martiri
si convertono in piacer.[parte]
SCENA VII
Parte interna del tempio di Bellona; sedili per li senatori romani e per gli oratori stranieri. Littori, che custodiscono diversi ingressi del tempio, da' quali veduta del Campidoglio e del Tevere: Manlio, Publio e senatori; indi Regolo ed Amilcare. Seguito d'Africani e popolo fuori del tempio]
MANLIO
Venga Regolo, e venga
l'africano orator. Dunque i nemici
braman la pace?[a Publio]
PUBLIO
O de' cattivi almeno
vogliono il cambio. A Regolo han commesso
d'ottenerlo da voi. Se nulla ottiene,
a pagar col suo sangue
il rifiuto di Roma egli a Cartago
è costretto a tornar. Giurollo, e vide
pria di partir del minacciato scempio
i funesti apparecchi. Ah! non sia vero
che a sì barbare pene
un tanto cittadin...
MANLIO
T'accheta: ei viene.
[Il consolo, Publio e tutti i senatori vanno a sedere, e rimane vuoto accanto al consolo il luogo altre volte occupato da Regolo. Passano Regolo ed Amilcare fra' littori, i quali lasciato ad essi aperto ilvarco tornano subito a chiudersi. Regolo entrato appena nel tempio s'arresta pensando]
AMILCARE.
(Regolo, a che t'arresti? E` forse nuovo
per te questo soggiorno?)
REGOLO.
(Penso qual ne partii, qual vi ritorno).
AMILCARE.
Di Cartago il Senato,[al consolo]
bramoso di depor l'armi temute,
al Senato di Roma invia salute.
E, se Roma desia
anche pace da lui, pace gl'invia.
MANLIO
Siedi ed esponi. [Amilcare siede]
E tu l'antica sede,
Regolo, vieni ad occupar.
REGOLO.
Ma questi
chi sono?
MANLIO
I padri.
REGOLO.
E tu chi sei?
MANLIO
Conosci
il console sì poco?
REGOLO.
E fra il console e i padri un servo ha loco?
MANLIO
No; ma Roma si scorda
il rigor di sue leggi
per te, cui dee cento conquiste e cento.
REGOLO.
Se Roma se ne scorda, io gliel rammento.
MANLIO
(Più rigida virtù chi vide mai?)
PUBLIO
Né Publio sederà.
REGOLO.
Publio, che fai?
PUBLIO
Compisco il mio dover: sorger degg'io
dove il padre non siede.
REGOLO.
Ah tanto in Roma
son cambiati i costumi! Il rammentarsi
fra le pubbliche cure
d'un privato dover, pria che tragitto
in Africa io facessi, era delitto.
PUBLIO
Ma...
REGOLO.
Siedi, Publio; e ad occupar quel loco
più degnamente attendi.
PUBLIO
Il mio rispetto
innanzi al padre è naturale istinto.
REGOLO.
Il tuo padre morì, quando fu vinto.
MANLIO
Parla, Amilcare, ormai.[Publio siede]
AMILCARE.
Cartago elesse
Regolo a farvi noto il suo desio.
Ciò ch'ei dirà, dice Cartago ed io.
MANLIO
Dunque Regolo parli.
AMILCARE.
Or ti rammenta
che, se nulla otterrai,
giurasti...
REGOLO.
Io compirò quanto giurai.[pensa]
MANLIO
(Di lui si tratta: oh come
parlar saprà!)
PUBLIO
(Numi di Roma, ah voi
inspirate eloquenza a' labbri suoi!)
REGOLO.
La nemica Cartago,
a patto che sia suo quant'or possiede,
pace, o padri coscritti, a voi richiede.
Se pace non si vuol, brama che almeno
de' vostri e suoi prigioni
termini un cambio il doloroso esiglio.
Ricusar l'una e l'altro è il mio consiglio.
AMILCARE.
(Come!)
PUBLIO
(Aimè!)
MANLIO
(Son di sasso).
REGOLO.
Io della pace
i danni a dimostrar non m'affatico;
se tanto la desia, teme il nemico.
MANLIO
Ma il cambio?
REGOLO.
Il cambio asconde
frode per voi più perigliosa assai.
AMILCARE.
Regolo?
REGOLO.
Io compirò quanto giurai.[ad Amilcare]
PUBLIO
(Numi! il padre si perde).
REGOLO.
Il cambio offerto
mille danni ravvolge;
ma l'esempio è il peggior. L'onor di Roma,
il valor, la costanza,
la virtù militar, padri, è finita,
se ha speme il vil di libertà, di vita.
Qual prò che torni a Roma
chi a Roma porterà l'orme sul tergo
della sferza servil? chi l'armi ancora
di sangue ostil digiune
vivo depose, e per timor di morte
del vincitor lo scherno
soffrir si elesse? Oh vituperio eterno!
MANLIO
Sia pur dannoso il cambio:
a compensarne i danni
basta Regolo sol.
REGOLO.
Manlio, t'inganni:
Regolo è pur mortal.Sento ancor io
l'ingiurie dell'etade. Utile a Roma
già poco esser potrei: molto a Cartago
ben lo saria la gioventù feroce,
che per me rendereste. Ah sì gran fallo
da voi non si commetta. Ebbe il migliore
de' miei giorni la patria, abbia il nemico
l'inutil resto. Il vil trionfo ottenga
di vedermi spirar; ma vegga insieme
che ne trionfa in vano,
che di Regoli abbonda il suol romano.
MANLIO
(Oh inudita costanza!)
PUBLIO
(Oh coraggio funesto!)
AMILCARE.
(Che nuovo a me strano linguaggio è questo!)
MANLIO
L'util non già dell'opre nostre oggetto,
ma l'onesto esser dee; né onesto a Roma
l'esser ingrata a un cittadin saria.
REGOLO.
Vuol Roma essermi grata? Ecco la via.
Questi barbari, o padri,
m'han creduto sì vil, che per timore
io venissi a tradirvi. Ah questo oltraggio
d'ogni strazio sofferto è più inumano.
Vendicatemi, o padri; io fui romano.
Armatevi, correte
a sveller da' lor tempii
l'aquile prigioniere. In sin che oppressa
l'emula sia non deponete il brando.
Fate ch'io là tornando
legga il terror dell'ire vostre in fronte
a' carnefici miei; che lieto io mora
nell'osservar fra' miei respiri estremi
come al nome di Roma Africa tremi.
AMILCARE.
(La maraviglia agghiaccia
gli sdegni miei).
PUBLIO
(Nessun risponde? Oh Dio!
mi trema il cor).
MANLIO
Domanda
più maturo consiglio
dubbio sì grande. A respirar dal nostro
giusto stupor spazio bisogna. In breve
il voler del Senato
tu, Amilcare, saprai. Noi, padri, andiamo
l'assistenza de' numi
pria di tutto a implorar.[s'alza e seco tutti]
REGOLO.
V'è dubbio ancora?
MANLIO
Sì, Regolo: io non veggo
se periglio maggiore
è il non piegar del tuo consiglio al peso,
o se maggior periglio è il perder chi sa dar sì gran consiglio.
Tu, sprezzator di morte,
dai per la patria il sangue;
ma il figlio suo più forte
perde la patria in te.
Se te domandi esangue,
molto da lei domandi:
d'anime così grandi
prodigo il Ciel non è.
SCENA VIII
[Regolo, Publio, Amilcare, indi Attilia, Licinio e popolo]
AMILCARE.
In questa guisa adempie
Regolo le promesse?
REGOLO.
Io vi promisi
di ritornar; l'eseguirò.
AMILCARE.
Ma...
ATTILIA.
Padre!
LICINIO.
Signor!
ATTILIA., LICINIO.
Su questa mano... [voglion baciargli la mano]
REGOLO.
Scostatevi. Io non sono,
lode agli dei, libero ancora.
ATTILIA.
Il cambio
dunque si ricusò?
REGOLO.
Publio, ne guida
al soggiorno prescritto
ad Amilcare e a me.
PUBLIO
Né tu verrai
a' patri lari, al tuo ricetto antico?
REGOLO.
Non entra in Roma un messaggier nemico.
LICINIO.
Questa troppo severa
legge non è per te.
REGOLO.
Saria tiranna,
se non fosse per tutti.
ATTILIA.
Io voglio almeno
seguirti ovunque andrai.
REGOLO.
No; chiede il tempo,
Attilia, altro pensier che molli affetti
di figlia e genitor.
ATTILIA.
Da quel che fosti,
padre, ah perché così diverso adesso?
REGOLO.
La mia sorte è diversa; io son l'istesso.
Non perdo la calma
fra' ceppi o gli allori:
non va sino all'alma
la mia servitù.
Combatte i rigori
di sorte incostante
in vario sembiante
l'istessa virtù.[parte seguito da Publio, Licinio e popolo]
SCENA IX
BARCE
Amilcare!
AMILCARE.
Ah mia Barce [ritornando indietro]
! Ah di nuovo io ti perdo! Il cambio offerto
Regolo dissuade.
BARCE e ATTILIA.
Oh stelle!
AMILCARE.
Addio:
Publio seguir degg'io. Mia vita, oh quanto,
quanto ho da dirti!
BARCE
E nulla dici intanto.
AMILCARE.
Ah! se ancor mia tu sei,
come trovar sì poco
sai negli sguardi miei
quel ch'io non posso dir!
Io, che nel tuo bel foco
sempre fedel m'accendo,
mille segreti intendo,
cara, da un tuo sospir.[parte]
SCENA X
ATTILIA.
Chi creduto l'avrebbe! Il padre istesso
congiura a' danni suoi.
BARCE
Già che il Senato
non decise fin or, molto ti resta,
Attilia, onde sperar. Corri, t'adopra,
parla, pria che di nuovo
si raccolgano i padri. Adesso è il tempo
di porre in uso e l'eloquenza e l'arte.
Or l'amor de' congiunti,
or la fé degli amici, or de' Romani
giova implorar l'aita in ogni loco.
ATTILIA.
Tutto farò; ma quel, ch'io spero, è poco.
Mi parea del parto in seno
chiara l'onda, il ciel sereno;
ma tempesta più funesta
mi respinge in mezzo al mar.
M'avvilisco, m'abbandono;
e son degna di perdono
se, pensando a chi la desta,
incomincio a disperar.[parte]
SCENA XI
BARCE
Che barbaro destino
sarebbe il mio, se Amilcare dovesse
pur di nuovo a Cartago
senza me ritornar! Solo in pensarlo
mi sento... Ah no; speriam più tosto. Avremo
sempre tempo a penar. Non è prudenza,
ma follia de' mortali l'arte crudel di presagirsi i mali.
Sempre è maggior del vero
l'idea d'una sventura
al credulo pensiero
dipinta dal timor.
Chi stolto il mal figura,
affretta il proprio affanno,
ed assicura un danno,
quando è dubbioso ancor.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
[Logge a vista di Roma nel palazzo suburbano destinato agli ambasciatori cartaginesi]
REGOLO.
Publio, tu qui! Si tratta
della gloria di Roma,
dell'onor mio, del pubblico riposo,
e in Senato non sei?
PUBLIO
Raccolto ancora,
signor, non è.
REGOLO.
Va, non tardar; sostieni
fra i padri il voto mio: mostrati degno
dell'origine tua.
PUBLIO
Come! e m'imponi
che a fabbricar m'adopri
io stesso il danno tuo?
REGOLO.
Non è mio danno
quel che giova alla patria.
PUBLIO
Ah di te stesso,
signore, abbi pietà.
REGOLO.
Publio, tu stimi
dunque un furore il mio? Credi ch'io solo,
fra ciò che vive, odii me stesso? Oh quanto
t'inganni! Al par d'ogni altro
bramo il mio ben, fuggo il mio mal. Ma questo
trovo sol nella colpa, e quello io trovo
nella sola virtù. Colpa sarebbe
della patria col danno
ricuperar la libertà smarrita;
ond'è mio mal la libertà, la vita:
virtù col proprio sangue
è della patria assicurar la sorte;
ond'è mio ben la servitù, la morte.
PUBLIO
Pur la patria non è...
REGOLO.
La patria è un tutto,
di cui siam parti. Al cittadino è fallo
considerar se stesso
separato da lei. L'utile o il danno,
ch'ei conoscer dee solo, è ciò che giova
o nuoce alla sua patria, a cui di tutto
è debitor. Quando i sudori e il sangue
sparge per lei, nulla del proprio ei dona;
rende sol ciò che n'ebbe. Essa il produsse,
l'educò, lo nudrì. Con le sue leggi
dagl'insulti domestici il difende,
dagli esterni con l'armi. Ella gli presta
nome, grado ed onor: ne premia il merto;
ne vendica le offese; e madre amante
a fabbricar s'affanna
la sua felicità, per quanto lice
al destin de' mortali esser felice.
Han tanti doni, è vero,
il peso lor. Chi ne ricusa il peso,
rinunci al benefizio; a far si vada
d'inospite foreste
mendìco abitatore; e là, di poche
misere ghiande e d'un covil contento,
viva libero e solo a suo talento.
PUBLIO
Adoro i detti tuoi. L'alma convinci,
ma il cor non persuadi. Ad ubbidirti
la natura repugna. Al fin son figlio,
non lo posso obbliar.
REGOLO.
Scusa infelice
per chi nacque romano. Erano padri
Bruto, Manlio, Virginio...
PUBLIO
E` ver; ma questa
troppo eroica costanza
sol fra' padri restò. Figlio non vanta
Roma fin or, che a proccurar giungesse
del genitor lo scempio.
REGOLO.
Dunque aspira all'onor del primo esempio.
Va.
PUBLIO
Deh...
REGOLO.
Non più. Della mia sorte attendo
la notizia da te.
PUBLIO
Troppo pretendi,
troppo, o signor.
REGOLO.
Mi vuoi straniero, o padre?
Se stranier, non posporre
l'util di Roma al mio; se padre, il cenno
rispetta, e parti.
PUBLIO
Ah se mirar potessi
i moti del cor mio, rigido meno
forse con me saresti.
REGOLO.
Or dal tuo core
prove io vo' di costanza e non d'amore.
PUBLIO
Ah, se provar mi vuoi,
chiedimi, o padre, il sangue;
e tutto a' piedi tuoi,
padre, lo verserò.
Ma che un tuo figlio istesso
debba volerti oppresso?
Gran genitor, perdona,
tanta virtù non ho. [porte]
SCENA II
REGOLO.
Il gran punto s'appressa, ed io pavento
che vacillino i padri. Ah voi di Roma
deità protettrici, a lor più degni
sensi inspirate.
MANLIO
A custodir l'ingresso
rimangano i littori; e alcun non osi
qui penetrar.
REGOLO.
(Manlio! A che viene?)
MANLIO
Ah lascia
che al sen ti stringa, invitto eroe.
REGOLO.
Che tenti!
Un console...
MANLIO
Io nol sono
Regolo, adesso: un uom son io che adora
la tua virtù, la tua costanza; un grande
emulo tuo, che a dichiarar si viene
vinto da te; che, confessando ingiusto
l'avverso genio antico,
chiede l'onor di diventarti amico.
REGOLO.
Dell'alme generose
solito stil. Più le abbattute piante
non urta il vento, o le solleva. Io deggio
così nobile acquisto
alla mia servitù.
MANLIO
Sì, questa appieno
qual tu sei mi scoperse; e mai sì grande,
com'or fra' ceppi, io non ti vidi. A Roma
vincitor de' nemici
spesso tornasti; or vincitor ritorni
di te, della fortuna. I lauri tuoi
mossero invidia in me; le tue catene
destan rispetto. Allora
un eroe, lo confesso,
Regolo mi parea; ma un nume adesso.
REGOLO.
Basta, basta, signor: la più severa
misurata virtù tentan le lodi
in un labbro sì degno. Io ti son grato
che d'illustrar con l'amor tuo ti piaccia
gli ultimi giorni miei.
MANLIO
Gli ultimi giorni!
Conservarti io pretendo
lungamente alla patria; e, affinché sia
in tuo favor l'offerto cambio ammesso,
tutto in uso porrò.
REGOLO.
[turbandosi] Così cominci,
Manlio, ad essermi amico? E che faresti,
se ancor m'odiassi? In questa guisa il frutto
del mio rossor tu mi defraudi. A Roma
io non venni a mostrar le mie catene
per destarla a pietà: venni a salvarla
dal rischio d'un'offerta,
che accettar non si dee. Se non puoi darmi
altri pegni d'amor, torna ad odiarmi.
MANLIO
Ma il ricusato cambio
produrria la tua morte.
REGOLO.
E questo nome
sì terribil risuona
nell'orecchie di Manlio! Io non imparo
oggi che son mortale. Altro il nemico
non mi torrà che quel che tormi in breve
dee la natura; e volontario dono
sarà così quel, che saria fra poco
necessario tributo. Il mondo apprenda
ch'io vissi sol per la mia patria; e, quando
viver più non potei,
resi almen la mia morte utile a lei
. MANLIO
Oh detti! Oh sensi! Oh fortunato suolo
che tai figli produci! E chi potrebbe
non amarti, signor?
REGOLO.
Se amar mi vuoi,
amami da romano. Eccoti i patti
della nostra amistà. Facciamo entrambi
un sacrifizio a Roma; io della vita,
tu dell'amico. E` ben ragion che costi
della patria il vantaggio
qualche pena anche a te. Va; ma prometti
che de' consigli miei tu nel Senato
ti farai difensore. A questa legge
sola di Manlio io l'amicizia accetto.
Che rispondi, signor?
MANLIO
[pensa prima di rispondere] Sì, lo prometto.
REGOLO.
Or de' propizi numi
in Manlio amico io riconosco un dono.
MANLIO
Ah perché fra que' ceppi anch'io non sono!
REGOLO.
Non perdiamo i momenti. Ormai raccolti
forse saranno i padri. Alla tua fede
della patria il decoro, l
a mia pace abbandono e l'onor mio.
MANLIO
Addio, gloria del Tebro.
REGOLO.
Amico, addio. [abbracciandosi]
MANLIO
Oh qual fiamma di gloria, d'onore
scorrer sento per tutte le vene,
alma grande, parlando con te!
No, non vive sì timido core,
che in udirti con quelle catene
non cambiasse la sorte d'un re.
SCENA III
REGOLO.
A respirar comincio: i miei disegni
il fausto Ciel seconda.
LICINIO.
[molto lieto] Al fin ritorno
con più contento a rivederti.
REGOLO.
E donde
tanta gioia, o Licinio?
LICINIO.
Ho il cor ripieno
di felici speranze. In fino ad ora
per te sudai.
REGOLO.
Per me!
LICINIO.
Sì. Mi credesti
forse ingrato così, ch'io mi scordassi
gli obblighi miei nel maggior uopo? Ah tutto
mi rammento, signor. Tu sol mi fosti
duce, maestro e padre. I primi passi
mossi, te condottiero,
per le strade d'onor: tu mi rendesti...
REGOLO.
Al fine, in mio favor, dì, che facesti? [impaziente]
LICINIO.
Difesi la tua vita
e la tua libertà.
REGOLO.
[turbato] Come?
LICINIO.
All'ingresso
del tempio, ove il Senato or si raccoglie,
attesi i padri, e ad uno ad un li trassi
nel desio di salvarti.
REGOLO.
(Oh dei, che sento!)
E tu...
LICINIO.
Solo io non fui. Non si defraudi
la lode al merto. Io feci assai, ma fece
Attilia più di me.
REGOLO.
Chi?
LICINIO.
Attilia. In Roma
figlia non v'è d'un genitor più amante.
Come parlò! Che disse!
Quanti affetti destò! Come compose
il dolor col decoro! In quanti modi
rimproveri mischiò, preghiere e lodi!
REGOLO.
E i padri?
LICINIO.
E chi resiste
agli assalti d'Attilia? Eccola: osserva
come ride in quel volto
la novella speranza.
SCENA IV
ATTILIA.
Amato padre,
pure una volta...
REGOLO.
[serio e trobido] E ardisci
ancor venirmi innanzi? Ah non contai
te fin ad or fra' miei nemici.
ATTILIA.
Io, padre,
io tua nemica!
REGOLO.
[come sopra+ E tal non è chi folle
s'oppone a' miei consigli?
ATTILIA.
Ah di giovarti
dunque il desio d'inimicizia è prova?
REGOLO.
Che sai tu quel che nuoce o quel che giova? [con isdegno]
Delle pubbliche cure
chi a parte ti chiamò? Della mia sorte
chi ti fé protettrice? Onde...
LICINIO.
Ah signore,
troppo...
REGOLO.
[come sopra] Parla Licinio! Assai tacendo
meglio si difendea; pareva almeno
pentimento il silenzio. Eterni dei!
Una figlia!... un roman!
ATTILIA.
Perché son figlia...
LICINIO.
Perché roman son io, credei che oppormi
al tuo fato inumano...
REGOLO.
Taci: non è romano [a Licinio]
chi una viltà consiglia.
Taci: non è mia figlia èad Attilia]
chi più virtù non ha.
Or sì de' lacci il peso
per vostra colpa io sento;
or sì la mia rammento
perduta libertà. [parte]
SCENA V
ATTILIA.
Ma dì; credi, o Licinio,
che mai di me nascesse
più sfortunata donna? Amare un padre
, affannarsi a suo prò, mostrar per lui
di tenera pietade il cor trafitto
saria merito ad altri; è a me delitto.
LICINIO.
No; consolati, Attilia, e non pentirti
dell'opera pietosa. Altro richiede
il dover nostro, ed altro
di Regolo il dover. Se gloria è a lui
della vita il disprezzo, a noi sarebbe
empietà non salvarlo. Al fin vedrai
che grato ei ci sarà. Non ti spaventi
lo sdegno suo. Spesso l'infermo accusa
di crudel, d'inumano
quella medica man, che lo risana
. ATTILIA.
Que' rimproveri acerb
i mi trafiggono il cor: non ho costanza
per soffrir l'ire sue.
LICINIO.
Ma dì: vorresti
pria d'un tal genitor vederti priva?
ATTILIA.
Ah questo no: mi sia sdegnato, e viva.
LICINIO.
Vivrà. Cessi quel pianto:
tornatevi di nuovo,
begli occhi, a serenar. Se veggo, oh Dio!
mestizia in voi, perdo coraggio anch'io.
Da voi, cari lumi,
dipende il mio stato;
voi siete i miei numi,
voi siete il mio fato:
a vostro talento
mi sento cangiar.
Ardir m'inspirate,
se lieti splendete;
se torbidi siete,
mi fate tremar. [parte]
SCENA VI
ATTILIA [sola]
Ah che pur troppo è ver! non han misura
della cieca fortuna
i favori e gli sdegni. O de' suoi doni
è prodiga all'eccesso,
o affligge un cor fin che nol vegga oppresso.
Or l'infelice oggetto
son io dell'ire sue. Mi veggo intorno
di nembi il ciel ripieno;
e chi sa quanti strali avranno in seno.
Se più fulmini vi sono,
ecco il petto, avversi dei:
me ferite, io vi perdono;
ma salvate il genitor.
Un'immagine di voi
in quell'alma rispettate;
un esempio a noi lasciate
di costanza e di valor. [parte]
SCENA VII
REGOLO.
Tu palpiti, o mio cor! Qual nuovo è questo
moto incognito a te? Sfidasti ardito
le tempeste del mar, l'ire di Marte,
d'Africa i mostri orrendi,
ed or tremando il tuo destino attendi!
Ah, n'hai ragion: mai non si vide ancora
in periglio sì grande
la gloria mia. Ma questa gloria, oh dei,
non è dell'alme nostre
un affetto tiranno? Al par d'ogni altro
domar non si dovrebbe? Ah no. De' vili
questo è il linguaggio. Inutilmente nacque
chi sol vive a se stesso: e sol da questo
nobile affetto ad obbliar s'impara
sé per altrui. Quanto ha di ben la terra,
alla gloria si dee. Vendica questa
l'umanità del vergognoso stato
in cui saria senza il desio d'onore;
toglie il senso al dolore,
lo spavento a' perigli,
alla morte il terror; dilata i regni,
le città custodisce; alletta, aduna
seguaci alla virtù; cangia in soavi
i feroci costumi,
e rende l'uomo imitator de' numi.
Per questa... Aimè! Publio ritorna, e parmi
che timido s'avanzi. E ben, che rechi?
Ha deciso il Senato?
qual è la sorte mia?
SCENA VIII
PUBLIO
Signor... (Che pena
per un figlio è mai questa!)
REGOLO.
E taci?
PUBLIO
Oh dei!
Esser muto vorrei.
REGOLO.
Parla.
PUBLIO
Ogni offerta
il Senato ricusa.
REGOLO.
Ah dunque ha vinto
il fortunato al fin genio romano!
Grazie agli dei; non ho vissuto in vano.
Amilcare si cerchi. Altro non resta
che far su queste arene:
la grand'opra compii, partir conviene.
PUBLIO
Padre infelice!
REGOLO.
Ed infelice appelli
chi poté, fin che visse,
alla patria giovar?
PUBLIO
La patria adoro,
piango i tuoi lacci.
REGOLO.
E` servitù la vita;
ciascuno ha i lacci suoi. Chi pianger vuole,
pianger, Publio, dovria
la sorte di chi nasce, e non la mia.
PUBLIO
Di quei barbari, o padre,
l'empio furor ti priverà di vita.
REGOLO.
E la mia servitù sarà finita.
Addio. Non mi seguir.
PUBLIO
Da me ricusi
gli ultimi ancor pietosi uffizi?
REGOLO.
Io voglio
altro da te. Mentre a partir m'affretto,
a trattener rimanti
la sconsolata Attilia. Il suo dolore
funesterebbe il mio trionfo. Assai
tenera fu per me. Se forse eccede,
compatiscila, o Publio. Al fin da lei
una viril costanza
pretender non si può. Tu la consiglia;
d'inspirarle proccura
con l'esempio fortezza:
la reggi, la consola; e seco adempi
ogni uffizio di padre. A te la figlia,
te confido a te stesso; e spero... Ah veggo
che indebolir ti vuoi. Maggior costanza
in te credei: l'avrò creduto in vano?
Publio, ah no: sei mio figlio, e sei romano.
Non tradir la bella speme,
che di te donasti a noi:
sul cammin de' grandi eroi
incomincia a comparir.
Fa ch'io lasci un degno erede
degli affetti del mio core;
che di te senza rossore
io mi possa sovvenir. [parte] SCENA IX
PUBLIO
Ah sì, Publio, coraggio: il passo è forte,
ma vincerti convien. Lo chiede il sangue,
che hai nelle vene; il grand'esempio il chiede,
che su gli occhi ti sta. Cedesti a' primi
impeti di natura; or meglio eleggi;
il padre imìta, e l'error tuo correggi.
ATTILIA.
Ed è vero, o german? [con ispavento]
BARCE
[con ispavento] Publio, ed è vero?
PUBLIO
Sì: decise il Senato;
Regolo partirà.
ATTILIA.
Come!
BARCE
Che dici!
ATTILIA.
Dunque ognun mi tradì?
BARCE
Dunque...
PUBLIO
Or non giova...
BARCE
Amilcare, pietà.[vedendolo da lontano]
ATTILIA.
[come sopra] Licinio, aiuto.
AMILCARE.
Più speranza non v'è. [a Barce]
LICINIO.
[ad Attilia] Tutto è perduto.
ATTILIA.
Dov'è Regolo? Io voglio
almen seco partir.
PUBLIO
Ferma; l'eccesso
del tuo dolor l'offenderebbe.
ATTILIA.
E speri
impedirmi così?
PUBLIO
Spero che Attilia
torni al fine in se stessa, e si rammenti
che a lei non è permesso...
ATTILIA.
Sol che son figlia io mi rammento adesso.
Lasciami.
PUBLIO
Non sperarlo.
ATTILIA.
Ah parte intanto
il genitor!
BARCE
Non dubitar ch'ei parta,
finché Amilcare è qui.
ATTILIA.
Chi mi consiglia?
chi mi soccorre? Amilcare?
AMILCARE.
Io mi perdo
fra l'ira e lo stupor
. ATTILIA.
Licinio?
LICINIO.
Ancora
dal colpo inaspettato
respirar non poss'io.
ATTILIA.
Publio?
PUBLIO
Ah germana,
più valor, più costanza. Il fato avverso
come si soffra il genitor ci addìta.
Non è degno di lui chi non l'imìta.
ATTILIA.
E tu parli così! tu, che dovresti
i miei trasporti accompagnar gemendo!
Io non t'intendo, o Publio.
AMILCARE.
Ed io l'intendo.
Barce è la fiamma sua: Barce non parte,
se Regolo non resta; ecco la vera
cagion del suo coraggio.
PUBLIO
(Questo pensar di me! Stelle, che oltraggio!)
AMILCARE.
Forse, affinché il Senato
non accettasse il cambio, ei pose in opra
tutta l'arte e l'ingegno.
PUBLIO
Il dubbio in ver d'un africano è degno.
AMILCARE.
E pur...
PUBLIO
Taci, e m'ascolta.
Sai che l'arbitro io sono
della sorte di Barce?
AMILCARE.
Il so. L'ottenne
già dal Senato in dono
la madre tua: questa cedendo al fato,
signor di lei tu rimanesti.
PUBLIO
Or odi
qual uso io fo del mio dominio. Amai
Barce più della vita,
ma non quanto l'onor. So che un tuo pari
creder nol può; ma toglierò ben io
di sì vili sospetti
ogni pretesto alla calunnia altrui.
Barce, libera sei; parti con lui.
BARCE
Numi! Ed è ver?
AMILCARE.
D'una virtù sì rara...
PUBLIO
Come s'ama fra noi, barbaro, impara. [parte]
SCENA X
ATTILIA.
Vedi il crudel come mi lascia! [a Licinio che non l'ode]
BARCE
Udisti,
come Publio parlò? [ad Amilcare, come sopra]
ATTILIA.
[a Licinio] Tu non rispondi!
BARCE
Tu non m'odi, idol mio! [ad Amilcare]
AMILCARE.
Addio, Barce; m'attendi.[risoluto incamminandosi per partire]
LICINIO.
[come sopra] Attilia, addio.
ATTILIA, BARCE
Dove?
LICINIO.
[ad Attilia] A salvarti il padre.
AMILCARE.
Regolo a conservar.[a Barce]
ATTILIA.
[a Licinio] Ma per qual via?
BARCE
Ma come?[ad Amilcare]
LICINIO.
[ad Attilia] A' mali estremi
diasi estremo rimedio.
AMILCARE.
[a Barce] Abbia rivali
nella virtù questo romano orgoglio.
ATTILIA.
Esser teco vogl'io. [a Licinio]
BARCE
[ad Amilcare] Seguirti io voglio.
LICINIO.
No; per te tremerei. [ad Attilia]
AMILCARE.
No; rimaner tu dèi.[a Barce]
BARCE
[ad Amilcare] Né vuoi spiegarti?
ATTILIA.
Né vuoi ch'io sappia almen...[a Licinio]
LICINIO.
[ad Attilio] Tutto fra poco
saprai.
AMILCARE.
Fidati a me.[a Barce]
LICINIO.
Regolo in Roma
si trattenga, o si mora. [parte]
AMILCARE.
Faccia pompa d'eroi l'Africa ancora.[s'incammina, e poi si rivolge]
Se minore è in noi l'orgoglio,
la virtù non è minore;
né per noi la via d'onore
è un incognito sentier.
Lungi ancor dal Campidoglio
vi son alme a queste uguali;
pur del resto de' mortali
han gli dei qualche pensier.[parte]
SCENA XI
ATTILIA.
Barce!
BARCE
Attilia!
ATTILIA.
Che dici?
BARCE
Che possiamo sperar?
ATTILIA.
Non so. Tumulti
certo a destar corre Licinio; e questi
esser ponno funesti
alla patria ed a lui, senza che il padre
per ciò si salvi.
BARCE
Amilcare sorpreso
dal grand'atto di Publio e punto insieme
da' rimproveri suoi, men generoso
esser non vuol di lui. Chi sa che tenta
e a qual rischio s'espone?
ATTILIA.
Il mio Licinio
deh secondate, o dei!
BARCE
Lo sposo mio,
numi, assistete!
ATTILIA.
Io non ho fibra in seno,
che non mi tremi.
BARCE
Attilia,
non dobbiamo avvilirci. Al fin più chiaro
è adesso il ciel di quel che fu; si vede
pur di speranza un raggio.
ATTILIA.
Ah Barce, è ver; ma non mi dà coraggio.
Non è la mia speranza
luce di ciel sereno;
di torbido baleno
è languido splendor:
splendor, che in lontananza
nel comparir si cela;
che il rischio, oh Dio! mi svela,
ma non lo fa minor. [parte] SCENA XII
BARCE [sola]
Rassicurar proccuro
l'alma d'Attilia oppressa,
ardir vo consigliando, e tremo io stessa.
Ebbi assai più coraggio
quando meno sperai. La tema incerta
solo allor m'affliggea d'un mal futuro;
or di perder pavento un ben sicuro.
S'espone a perdersi
nel mare infido
chi l'onde instabili
solcando va.
Ma quel sommergersi
vicino al lido
è troppo barbara
fatalità.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
[sala terrena corrispondente a' giardini]
REGOLO.
Ma che si fa? Non seppe
forse ancor del Senato
Amilcare il voler? Dov'è? Si trovi;
partir convien. Qui che sperar per lui,
per me non v'è più che bramar. Diventa
colpa ad entrambi or la dimora.
[vedendo venir Manlio] Ah vieni,
vieni, amico, al mio seno. Era in periglio
senza te la mia gloria; i ceppi miei
per te conservo; a te si deve il frutto
della mia schiavitù.
MANLIO
Sì; ma tu parti;
sì; ma noi ti perdiam.
REGOLO.
Mi perdereste,
s'io non partissi.
MANLIO
Ah perché mai sì tardi
incomincio ad amarti! Altri fin ora,
Regolo, non avesti
pegni dell'amor mio, se non funesti.
REGOLO.
Pretenderne maggiori
da un vero amico io non potea; ma pure
se il generoso Manlio altri vuol darne,
altri ne chiederò.
MANLIO
Parla.
REGOLO.
Compìto
ogni dover di cittadino, al fine
mi sovvien che son padre. Io lascio in Roma
due figli, il sai; Publio ed Attilia: e questi
son del mio cor, dopo la patria, il primo,
il più tenero affetto. In lor traluce
indole non volgar; ma sono ancora
piante immature, e di cultor prudente
abbisognano entrambi. Il Ciel non volle
che l'opera io compissi. Ah tu ne prendi
per me pietosa cura;
tu di lor con usura
la perdita compensi. Al tuo bel core
debbano e a' tuoi consigli
la gloria il padre, e l'assistenza i figli.
MANLIO
Sì, tel prometto: i preziosi germi
custodirò geloso. Avranno un padre,
se non degno così, tenero almeno
il par di te. Della virtù romana
io lor le tracce additerò. Né molto
sudor mi costerà. Basta a quell'alme,
di bel desio già per natura accese,
l'istoria udir delle paterne imprese.
REGOLO.
Or sì più non mi resta...
SCENA II
PUBLIO
Manlio! Padre!
REGOLO.
Che avvenne?
PUBLIO
Roma tutta è in tumulto: il popol freme;
non si vuol che tu parta.
REGOLO.
E sarà vero
che un vergognoso cambio
possa Roma bramar?
PUBLIO
No, cambio o pace
Roma non vuol; vuol che tu resti.
REGOLO.
Io! Come?
E la promessa? e il giuramento?
PUBLIO
Ognuno
grida che fé non dessi
a perfidi serbar.
REGOLO.
Dunque un delitto
scusa è dell'altro. E chi sarà più reo,
se l'esempio è discolpa?
PUBLIO
Or si raduna
degli àuguri il collegio: ivi deciso
il gran dubbio esser deve.
REGOLO.
Uopo di questo
oracolo io non ho. So che promisi;
voglio partir. Potea
della pace o del cambio
Roma deliberar: del mio ritorno
a me tocca il pensier. Pubblico quello,
questo è privato affar. Non son qual fui;
né Roma ha dritto alcun sui servi altrui.
PUBLIO
Degli àuguri il decreto
s'attenda almen.
REGOLO.
No; se l'attendo, approvo
la loro autorità. [agli Africani] Custodi, al porto.
Amico, addio.[a Manlio partendo]
MANLIO
No, Regolo; se vai
fra la plebe commossa, a viva forza
può trattenerti; e tu, se ciò succede,
tutta Roma fai rea di poca fede.
REGOLO.
Dunque mancar degg'io?...
MANLIO
No; andrai; ma lascia
che quest'impeto io vada
prima a calmar. Ne sederà l'ardore
la consolare autorità.
REGOLO.
Rimango,
Manlio, su la tua fé: ma...
MANLIO
Basta; intendo.
La tua gloria desio,
e conosco il tuo cor: fidati al mio.
Fidati pur; rammento
che nacqui anch'io romano:
al par di te mi sento
fiamme di gloria in sen.
Mi niega, è ver, la sorte
le illustri tue ritorte;
ma, se le bramo in vano,
so meritarle almen.
SCENA III
REGOLO.
E tanto or costa in Roma,
tanta or si suda a conservar la fede!
Dunque... Ah Publio! e tu resti? E sì tranquillo
tutto lasci all'amico
d'assistermi l'onor? Corri; proccura
tu ancor la mia partenza. Esser vorrei
di sì gran benefizio
debitore ad un figlio.
PUBLIO
Ah padre amato,
ubbidirò; ma...
REGOLO.
Che? Sospiri! Un segno
quel sospiro saria d'animo oppresso?
PUBLIO
Sì, lo confesso,
morir mi sento;
ma questo istesso
crudel tormento
è il più bel merito
del mio valor.
Qual sacrifizio,
padre, farei,
se fosse il vincere
gli affetti miei
opra sì facile
per questo cor? [parte]
SCENA IV
AMILCARE.
Regolo, al fin...
REGOLO.
Senza che parli, intendo
già le querele tue. Non ti sgomenti
il moto popolar: Regolo in Roma
vivo non resterà.
AMILCARE.
Non so di quali
moti mi vai parlando. Io querelarmi
teco non voglio. A sostenerti io venni
che solo al Tebro in riva
non nascono gli eroi,
che vi sono alme grandi anche fra noi.
REGOLO.
Sia. Non è questo il tempo
d'inutili contese. I tuoi raccogli,
t'appresta alla partenza.
AMILCARE.
No. Pria m'odi, e rispondi.
REGOLO.
(Oh sofferenza!)
AMILCARE.
E` gloria l'esser grato?
REGOLO.
L'esser grato è dover: ma già sì poco
questo dover s'adempie,
ch'oggi è gloria il compirlo.
AMILCARE.
E se il compirlo
costasse un gran periglio?
REGOLO.
Ha il merto allora
d'un'illustre virtù.
AMILCARE.
Dunque non puoi
questo merto negarmi. Odi. Mi rende,
del proprio onor geloso,
la mia Barce il tuo figlio, e pur l'adora:
io generoso ancora
vengo il padre a salvargli, e pur m'espongo
di Cartago al furor.
REGOLO.
Tu vuoi salvarmi!
AMILCARE.
Io.
REGOLO.
Come?
AMILCARE.
A te lasciando
agio a fuggir. Questi custodi ad arte
allontanar farò. Tu cauto in Roma
celati sol fin tanto
che senza te con simulato sdegno
quindi l'ancore io sciolga.
REGOLO.
(Barbaro!)
AMILCARE.
E ben, che dici?
ti sorprende l'offerta.
REGOLO.
Assai.
AMILCARE.
L'avresti
aspettata da me?
REGOLO.
No.
AMILCARE.
Pur la sorte
non ho d'esser roman.
REGOLO.
Si vede.
AMILCARE.
Andate,
custodi... [agli Africani]
REGOLO.
Alcun non parta.[a' medesimi]
AMILCARE.
Perché?
REGOLO.
Grato io ti sono
del buon voler; ma verrò teco.
AMILCARE.
E sprezzi
la mia pietà?
REGOLO.
No; ti compiango. Ignori
che sia virtù. Mostrar virtù pretendi,
e me, la patria tua, te stesso offendi.
AMILCARE.
Io!
REGOLO.
Sì. Come disponi
della mia libertà? Servo son io
di Cartago, o di te?
AMILCARE.
Non è tuo peso
l'esaminar se il benefizio...
REGOLO.
E` grande
il benefizio in ver! Rendermi reo,
profugo, mentitor...
AMILCARE.
Ma qui si tratta
del viver tuo. Sai che supplizi atroci
Cartago t'apprestò? Sai quale scempio
là si farà di te?
REGOLO.
Ma tu conosci,
Amilcare, i Romani?
Sai che vivon d'onor? che questo solo
è sprone all'opre lor, misura, oggetto?
Senza cangiar d'aspetto
qui s'impara a morir; qui si deride,
pur che gloria produca, ogni tormento;
e la sola viltà qui fa spavento.
AMILCARE.
Magnifiche parole,
belle ad udir; ma inopportuno è meco
quel fastoso linguaggio. Io so che a tutti
la vita è cara, e che tu stesso...
REGOLO.
Ah troppo
di mia pazienza abusi. I legni appresta,
raduna i tuoi seguaci,
compisci il tuo dover, barbaro, e taci.
AMILCARE.
Fa pur l'intrepido,
m'insulta audace,
chiama pur barbara
la mia pietà.
Sul Tebro Amilcare
t'ascolta e tace;
ma presto in Africa
risponderà.èparte] SCENA V
REGOLO.
E Publio non ritorna!
e Manlio... Aimè! Che rechi mai sì lieta,
sì frettolosa, Attilia?
ATTILIA.
Il nostro fato
già dipende da te; già cambio o pace,
fida a' consigli tuoi,
Roma non vuol; ma rimaner tu puoi.
REGOLO.
Sì, col rossor...
ATTILIA.
No; su tal punto il sacro
Senato pronunciò. L'arbitro sei
di partir, di restar. "Giurasti in ceppi;
né obbligar può se stesso
chi libero non è".
REGOLO.
Libero è sempre
chi sa morir. La sua viltà confessa
chi l'altrui forza accusa.
Io giurai perché volli;
voglio partir perché giurai.
SCENA VI
PUBLIO
Ma in vano,
signor, lo speri.
REGOLO.
E chi potrà vietarlo?
PUBLIO
Tutto il popolo, o padre: è affatto ormai
incapace di fren. Per impedirti
il passaggio alle navi ognun s'affretta
precipitando al porto; e son di Roma
già l'altre vie deserte.
REGOLO.
E Manlio?
PUBLIO
E` il solo
che ardisca opporsi ancora
al voto universal. Prega, minaccia;
ma tutto inutilmente. Alcun non l'ode,
non l'ubbidisce alcun. Cresce a momenti
la furia popolar. Già su le destre
ai pallidi littori
treman le scuri; e non ritrova ormai
in tumulto sì fiero
esecutori il consolare impero.
REGOLO.
Attilia, addio: Publio, mi siegui. [in atto di partire]
ATTILIA.
E dove?
REGOLO.
A soccorrer l'amico; il suo delitto
a rinfacciare a Roma; a conservarmi
l'onor di mie catene;
a partire, o a spirar su queste arene.[partendo]
ATTILIA.
Ah padre! ah no! Se tu mi lasci... [piangendo]
REGOLO.
[serio ma senza sdegno] Attilia,
molto al nome di figlia,
al sesso ed all'età fin or donai:
basta; si pianse assai. Per involarmi
d'un gran trionfo il vanto
non congiuri con Roma anche il tuo pianto.
ATTILIA.
Ah tal pena è per me... [piangendo]
REGOLO.
Per te gran pena
è il perdermi, lo so. Ma tanto costa
l'onor d'esser romana.
ATTILIA.
Ogni altri prova
son pronta...
REGOLO.
E qual? Co' tuoi consigli andrai
forse fra i padri a regolar di Roma
in Senato il destin? Con l'elmo in fronte
forse i nemici a debellar pugnando
fra l'armi suderai? Qualche disastro
se a soffrir per la patria atta non sei
senza viltà, dì, che farai per lei?
ATTILIA.
E` ver. Ma tal costanza...
REGOLO.
E` difficil virtù: ma Attilia al fine
è mia figlia, e l'avrà.[partendo]
ATTILIA.
Sì, quanto io possa,
gran genitor, t'imiterò. Ma... oh Dio!
Tu mi lasci sdegnato:
io perdei l'amor tuo.
REGOLO.
No, figlia; io t'amo,
io sdegnato non son. Prendine in pegno
questo amplesso da me. Ma questo amplesso
costanza, onor, non debolezza inspiri.
ATTILIA.
Ah sei padre, mi lasci, e non sospiri!
REGOLO.
Io son padre, e nol sarei
se lasciassi a' figli miei
un esempio di viltà.
Come ogni altro ho core in petto;
ma vassallo è in me l'affetto;
ma tiranno in voi si fa.[parte con Publio]
SCENA VII
ATTILIA.
Su, costanza, o mio cor. Deboli affetti,
sgombrate da quest'alma; inaridite
ormai su queste ciglia,
lagrime imbelli. Assai si pianse; assai
si palpitò. La mia virtù natia
sorga al paterno sdegno;
ed Attilia non sia
il ramo sol di sì gran pianta indegno.
BARCE
Attilia, è dunque ver? Dunque a dispetto
del popol, del Senato,
degli àuguri, di noi, del mondo intero
Regolo vuol partir?
ATTILIA.
[con fermezza] Sì.
BARCE
Ma che insano
furor?
ATTILIA.
[come sopra] Più di rispetto,
Barce, agli eroi.
BARCE
Come! del padre approvi
l'ostinato pensier?
ATTILIA.
Del padre adoro
la costante virtù.
BARCE
Virtù che a' ceppi,
che all'ire altrui, che a vergognosa morte
certamente dovrà...
ATTILIA.
[s'intenerisce di nuovo] Taci. Quei ceppi,
quell'ire, quel morir del padre mio
saran trionfi.
BARCE
E tu n'esulti?
ATTILIA.
[piange] (Oh Dio!)
BARCE
Capir non so...
ATTILIA.
Non può capir chi nacque
in barbaro terren per sua sventura
come al paterno vanto
goda una figlia.
BARCE
E perché piangi intanto?
ATTILIA.
Vuol tornar la calma in seno
quando in lagrime si scioglie
quel dolor che la turbò:
come torna il ciel sereno,
quel vapor, che i rai ci toglie,
quando in pioggia si cangiò. [parte]
SCENA VIII
BARCE [sola]
Che strane idee questa produce in Roma
avidità di lode! Invidia i ceppi
Manlio del suo rival: Regolo abborre
la pubblica pietà: la figlia esulta
nello scempio del padre! E Publio... Ah questo
è caso in ver che ogni credenza eccede:
e Publio ebro d'onor m'ama e mi cede!
Ceder l'amato oggetto,
né spargere un sospiro,
sarà virtù; l'ammiro,
ma non la curo in me.
Di gloria un'ombra vana
in Roma è il solo affetto;
ma l'alma mia romana,
lode agli dei, non è. [parte]
SCENA IX
[Portici magnifici su le rive del Tevere. Navi pronte nel fiume per l'imbarco di Regolo. Ponte che conduce alla più vicina di quelle. Popolo numeroso che impedisce il passaggio delle navi. Africani su le medesime. Littori col console]
LICINIO.
No, che Regolo
parta Roma non vuole.
MANLIO
Ed il Senato ed io
non siam parte di Roma?
LICINIO.
Il popol tutto
è la maggior.
MANLIO
Non la più sana.
LICINIO.
Almeno
la men crudel. Noi conservar vogliamo
pieni di gratitudine e d'amore
a Regolo la vita.
MANLIO
E noi l'onore.
LICINIO.
L'onor...
MANLIO
Basta; io non venni
a garrir teco. Olà: libero il varco
lasci ciascuno. [al popolo]
LICINIO.
[al medesimo] Olà: nessun si parta.
MANLIO
Io l'impongo.
LICINIO.
Io lo vieto.
MANLIO
Osa Licinio
al console d'opporsi?
LICINIO.
Osa al tribuno
d'opporsi Manlio?
MANLIO
Or si vedrà. Littori,
sgombrate il passo. [i littori innalzando le scuri tentano avanzarsi]
LICINIO.
Il passo difendete, o Romani.[al popolo, che si mette in difesa]
MANLIO
Oh dei! Con l'armi
si resiste al mio cenno? In questa guisa
la maestà...
LICINIO.
La maestade in Roma
nel popolo risiede; e tu l'oltraggi
contrastando con lui.
POPOLO
Regolo resti.
MANLIO
Udite:
lasciate che l'inganno io manifesti.
POPOLO
Resti Regolo.
MANLIO
Ah voi...
POPOLO
Regolo resti.
SCENA ULTIMA
REGOLO.
"Regolo resti!" Ed io l'ascolto! Ed io
creder deggio a me stesso! Una perfidia
si vuol? Si vuole in Roma?
si vuol da me? Quai popoli or produce
questo terren! Sì vergognosi voti
chi formò? chi nudrilli?
Dove sono i nepoti
de' Bruti, de' Fabrizi e de' Camilli?
"Regolo resti!" Ah per qual colpa e quando
meritai l'odio vostro?
LICINIO.
E` il nostro amore,
signor, quel che pretende
franger le tue catene.
REGOLO.
E senza queste
Regolo che sarà? Queste mi fanno
de' posteri l'esempio,
il rossor de' nemici,
lo splendor della patria: e più non sono,
se di queste mi privo,
che uno schiavo spergiuro e fuggitivo.
LICINIO.
A perfidi giurasti,
giurasti in ceppi; e gli àuguri...
REGOLO.
Eh lasciamo
all'Arabo ed al Moro
questi d'infedeltà pretesti indegni.
Roma a' mortali a serbar fede insegni.
LICINIO.
Ma che sarà di Roma,
se perde il padre suo?
REGOLO.
Roma rammenti
che il suo padre è mortal; che al fin vacilla
anch'ei sotto l'acciar; che sente al fine
anch'ei le vene inaridir; che ormai
non può versar per lei
né sangue, né sudor; che non gli resta
che finir da romano. Ah m'apre il Cielo
una splendida via: de' giorni miei
possa l'annoso stame
troncar con lode; e mi volete infame!
No, possibil non è: de' miei Romani
conosco il cor. Da Regolo diverso
pensar non può chi respirò nascendo
l'aure del Campidoglio. Ognun di voi
so che nel cor m'applaude;
so che m'invidia e che fra' moti ancora
di quel, che l'ingannò, tenero eccesso,
fa voti al Ciel di poter far l'istesso.
Ah non più debolezza. A terra, a terra
quell'armi inopportune: al mio trionfo
più non tardate il corso
, o amici, o figli, o cittadini. Amico,
favor da voi domando;
esorto, cittadin; padre, comando.
ATTILIA.
(Oh Dio! Ciascun già l'ubbidisce).
PUBLIO
(Oh Dio!
ecco ogni destra inerme).
LICINIO.
Ecco sgombro il sentier.
REGOLO.
Grazie vi rendo,
propizi dei: libero è il passo. Ascendi,
Amilcare, alle navi;
io sieguo i passi tui.
AMILCARE.
(Al fin comincio ad invidiar costui). [sale su la nave]
REGOLO.
Romani, addio. Siano i congedi estremi
degni di noi. Lode agli dei, vi lascio,
e vi lascio Romani. Ah conservate
illibato il gran nome; e voi sarete
gli arbitri della terra; e il mondo intero
roman diventerà. Numi custodi
di quest'almo terren, dee protettrici
della stirpe d'Enea, confido a voi
questo popol d'eroi: sian vostra cura
questo suol, questi tetti e queste mura.
Fate che sempre in esse
la costanza, la fé, la gloria alberghi,
la giustizia, il valore. E, se giammai
minaccia al Campidoglio
alcun astro maligno influssi rei,
ecco Regolo, o dei: Regolo solo
sia la vittima vostra; e si consumi
tutta l'ira del Ciel sul capo mio:
ma Roma illesa... Ah qui si piange! Addio.
CORO DI ROMANI
Onor di questa sponda,
padre di Roma, addio.
Degli anni e dell'obblio
noi trionfiam per te.
Ma troppo costa il vanto;
Roma ti perde intanto;
ed ogni età feconda
di Regoli non è.
FINE