Informatizzazione a cura di B. Durante

" Sullo scorcio del secolo XVII regnava in Spagna CARLO II D'ABSBURGO, che era salito sul trono nel 1665. Essendo senza prole, con lui il ramo absburghese spagnolo era destinato a estinguersi. Aspiravano alla successione LUIGI XIV di Francia, l' imperatore LEOPOLDO I d'Austria, il principe elettorale di Baviera GIUSEPPE FERDINANDO e VITTORIO AMEDEO II di Savoia. Il primo era marito di Maria Teresa, sorella di Carlo II, la quale, sposando il sovrano francese, aveva per volontà del padre Filippo IV, rinunciato ad ogni diritto alla successione spagnola; e vi aspirava non per sè, ma per il Delfino; l' imperatore vantava diritti al trono di Spagna come nipote di Filippo III; Giuseppe Ferdinando era nato dal matrimonio di Massimiliano II di Baviera con Maria Antonietta, la quale era figlia di Leopoldo I e di Margherita Teresa, altra sorella di Carlo II questa era stata dichiarata dal padre erede del trono spagnolo se il fratello fosse morto senza prole, però la figlia, sposando Massimiliano aveva rinunziato al diritto materno; il duca di Savoia, infine, era pronipote dell' infante Caterina figlia di Filippo II e moglie di Carlo Emanuele I .
I più forti pretendenti erano Luigi XIV e Leopoldo I, i quali, dopo lunghe trattative, erano riusciti ad accordarsi sulla divisione futura dell'eredità spagnola: la casa di Borbone avrebbe avuto le Fiandre, la Franca Contea, la Navarra, la città di Rosas, il regno di Napoli, il ducato di Milano, le isole Filippine e le città spagnole della costa africana; la casa d'Austria avrebbe ricevuto la penisola iberica, la Sicilia, la Sardegna, lo Stato dei Presidi e l'America spagnola.
Questa divisione però sarebbe venuta a turbare profondamente l'equilibrio europeo ed avrebbe danneggiato gli interessi dell' Inghilterra, la quale, dovendo tutelare i suoi possessi marittimi, non poteva permettere che l'America spagnola passasse sotto il dominio di una grande potenza. Per questo motivo l' Inghilterra si era intromessa nella questione e nell'ottobre del 1698 aveva fatto sottoscrivere all'Aia un nuovo trattato di divisione, col quale l'America, la Spagna e le Fiandre venivano assegnate all'Elettore di Baviera, i regni di Napoli e Sicilia, lo Stato dei Presidii, il Marchesato del Finale e la Provincia di Guipuzcoa al Delfino di Francia, il ducato di Milano all'arciduca Carlo.
Quando il re di Spagna conobbe questo trattato stipulato a sua insaputa, mosso da vivo sdegno istituì con testamento segreto suo erede il principe elettorale di Baviera; ma questi, poco dopo, cessò di vivere a Bruxelles ed allora ricominciarono le pratiche diplomatiche per una nuova ripartizione dei domini della corona spagnola. Nel 1699 e nel 1700 intenso fu il lavorìo della diplomazia europea, al quale prese anche parte attivissima il duca di Savoia.
A lui, in un primo tempo, vennero assegnati i regni di Napoli e Sicilia e lo Stato dei Presidii in cambio dei possessi che aveva al di qua e al di là delle Alpi e che dovevano esser ceduti alla Francia; poi fu proposto di dargli la Spagna e l'America, da ultimo si tornò a proporgli il cambio dei suoi stati con Napoli e la Sicilia; ma Vittorio Amedeo non volle accettare e dichiarò di essere disposto a cambiare soltanto Nizza, la Savoia e Barcellonetta col Milanese e il marchesato del Finale.
La corte di Madrid protestava, sebbene inutilmente, contro le trattative che venivano fatte tra gli stati europei; ma intanto era necessario prendere una decisione per la successione e Carlo II non sapeva decidersi. Finalmente accettò il consiglio datogli dalla diplomazia francese di rimettere la questione al giudizio di alcuni teologi e giureconsulti, i quali gli proposero di nominare erede il duca d'Anjou, nipote di Luigi XIV. Dello stesso parere fu il pontefice Innocenzo XII. Allora Carlo II con testamento nominò il duca suo erede universale, e, nel caso che questi non accettasse, chiamò alla successione l'arciduca Carlo d'Austria.
Pochi giorni dopo (10 novembre del 1700) moriva Carlo II e tosto saliva al trono spagnolo il duca d'Anjou col nome di Filippo V, il quale venne riconosciuto in tutti i dominii della corona e trovò naturalmente un validissimo sostenitore in Luigi XIV. La corte di Vienna, invece, impugnò la validità del testamento di Carlo II e, poichè le proteste sarebbero state inutili e non c'era da sperare in possibili trattative col monarca francese, cominciò a far preparativi di guerra e si adoperò attivamente per cercare alleati contro la Francia e il nuovo re di Spagna.
In breve contro Filippo V e Luigi XIV si costituì una potente lega di cui fecero parte l' Inghilterra, l'Olanda, 1' imperatore Leopoldo e vari principi della Germania; in favore della Francia e della Spagna si schierarono la Baviera e il Portogallo. Degli stati italiani, il ducato di Parma, Venezia e Genova si dichiararono neutrali, il ducato di Modena, retto da Rinaldo d'Este cognato di Leopoldo, si pronunciò per la parte imperiale, Carlo IV duca di Mantova, il duca di Guastalla, il principe di Castiglione e il duca della Mirandola presero le parti di Luigi XIV. Vittorio Amedeo di Savoia, sollecitato dall'imperatore e da Luigi XIV, credette opportuno di schierarsi con la Francia, col proposito però di abbandonarla nel momento in cui l'avesse ritenuto necessario. Il 6 aprile del 1701 egli sottoscrisse con Luigi XIV un trattato di alleanza offensiva e difensiva impegnandosi a mettere in campo ottomila fanti e duemilacinquecento cavalli e ricevendo il grado di generalissimo di tutte le forze franco-ispane che avrebbero operato in Italia.
Malgrado l'alleanza del duca Vittorio Amedeo di Savoia, Luigi XIV e Filippo V si trovavano in istato d'inferiorità rispetto alla lega e decisero perciò di tenersi prudentemente sulla difensiva su tutti i punti fuorchè dal lato della Baviera; gli alleati invece, all'inizio delle ostilità, mossero risolutamente all'offensiva sul fronte dei Paesi Bassi e su quello italiano.
L'esercito anglo-olandese che operava nei Paesi Bassi era comandato da un valentissimo generale, il Marlborough, capo del partito wigh; spingendosi lungo la Mosa, cacciava davanti a sè il maresciallo di Boufiiers, al quale era affidata la difesa di quella frontiera, ed occupava parecchie piazze.
L'esercito che doveva operare in Italia era capitanato dal principe EUGENIO DI SAVOIA, il quale aveva sotto i suoi ordini il principe di Commercy, Guido di Stahremberg, il principe di Vaudemont e il generale d'artiglieria Bórner. Alla testa di trentamila uomini, Eugenio di Savoia discese dal Trentino nel Veronese e senza che il maresciallo CATINAT con i suoi sessantadue battaglioni di fanteria e ottantatrè squadroni di cavalleria potesse impedirglielo, passò l'Adige sotto Legnano, tra Castelbaldo e Villesbona, quindi, diviso in due l'esercito, con una parte prese a viva forza Castagnaro e il 9 luglio del 1701 sconfisse il nemico a Carpi, con l'altra penetrò nel territorio di Ferrara, passò il Mincio e costrinse i Francesi a ritirarsi oltre l'Oglio.
A rialzar le sorti della guerra Luigi XIV mandò in Italia il maresciallo di VILLEROY con l'ordine di arrestare i progressi del nemico unendosi alle truppe di Vittorio Amedeo. Ma il Villeroy non era uomo da stare a confronto con il principe Eugenio e il 7 settembre, venuto a battaglia con l'esercito imperiale a Chiari di Brescia, fu duramente sconfitto. Della disfatta, dovuta esclusivamente alla sua inettitudine, egli tentò di scolparsi con il suo sovrano accusando il duca di Savoia di segrete intese col nemico.
Mentre si iniziava la guerra nell'alta Italia, a Napoli si tramava una congiura per abbattere l'odiato dominio spagnolo, che la condotta del duca di Medina Coeli, vicerè, aveva reso intollerabile. Uno dei capi era TIBERIO CARAFA, il quale, insieme con gli altri, si rivolse per aiuto all' imperatore, chiedendo che concedesse ai Napoletani come re l' arciduca Carlo d'Austria, suo figlio. Nell'attesa che truppe imperiali scendessero in. soccorso dei congiurati, questi avevano stabilito di impadronirsi di Castelnuovo, del porto, delle galee, dei magazzini e dell'armeria.
Leopoldo I acconsenti alle richieste dei congiurati e allo scopo di prendere accordi sull'azione da svolgere mandò presso di loro don GIULIANO CAPECE, che militava sotto le sue bandiere con il grado di Colonnello, il SASSINET, segretario dell'ambasciata imperiale a Roma, e don Jacopo GAMBACORTA, principe della Macchia, dal quale la congiura prese nome.
Si stabilì che l'impresa sarebbe stata tentata il 6 ottobre del 1701, nel qual giorno si doveva uccidere il vicerè, occupare di sorpresa i castelli della capitale ed acclamare re l'arciduca Carlo; ma, sebbene gli accordi fossero stati presi con gran segretezza, il Medina Coeli ebbe sentore della congiura e potè prendere le misure necessario a sventarla. I congiurati erano convinti di riuscire nell' impresa anticipando la data della sommossa, ma la congiura fallì lo stesso e i capi dovettero fuggire per non cadere nelle mani del vicerè, al quale non riuscì difficile, con provvedimenti di estremo rigore, di sedare il tumulto.
Intanto, nell'Italia settentrionale, la guerra continuava con la peggio per i Francesi. Borgoforte, Guastalla, Ostiglia, Ponte Molino, Mirandola, Canneto e Marcaria erano cadute in potere degli imperiali, i quali avevano anche occupato Borgo S. Donnino, Busseto, Roccabruna, Cortemaggiore, Brescello ed altri luoghi; Mantova, in cui si trovavano alcune truppe francesi comandate dal Tessè era stata bloccata e il principe Eugenio di Savoia aveva tentato di entrare a Cremona, dove il Villeroy aveva posto i quartieri d'inverno, riuscendo a far prigioniero il maresciallo.
Questi successi degli imperiali avevano fortemente scosso in Italia la posizione dei Francesi, i quali, per di più, cominciavano a preoccuparsi Per il contegno del duca di Savoia. Questi, infatti, irritato contro il Villeroy che lo aveva calunniato presso Luigi XIV, dopo la battaglia sfortunata di Chiari se ne era tornato con le sue truppe in Piemonte non tenendo nascosto il suo risentimento verso i Francesi che avevano mostrato di non volerlo considerare come generalissimo.
Questo risentimento divenne più forte quando, venuto in Italia Filippo V, Vittorio Amedeo, che s'era recato ad Acqui ad incontrarlo, venne da lui trattato senza alcun riguardo. Offeso dalle umiliazioni che aveva dovuto subire e non volendo sottostare agli ordini del re, il quale, violando i patti dell'accordo franco-piemontese, intendeva assumere il comando supremo degli eserciti operanti in Italia, il duca di Savoia se ne tornò a Torino, deciso a non più partecipare personalmente alle operazioni militari e a passare al più presto dalla parte degli imperiali.
Per fronteggiare la situazione pericolante in Italia, Luigi XIV nella primavera del 1702 mandò numerose truppe, alla testa delle quali mise il duca di VENDÒME, che doveva prendere il posto del maresciallo Villeroy. A Cremona, il Vendome ebbe un colloquio con Filippo V e d'accordo con il sovrano stabilì di occupare subito Brescello e Guastalla per soccorrere Mantova assediata da Eugenio di Savoia. Questi però, prevedendo il disegno del nemico, aveva rinforzato le guarnigioni di quelle piazze; ordinato al suo generale Annibale Visconti di sorvegliare attentamente le mosse del Vendòme, evitando di venire a battaglia con lui; ma il Visconti si lasciò sorprendere a Santa Vittoria dai Franco-Ispani e, sconfitto, si diede a fuga disordinata lasciando sul campo numerosi morti e parte dei carriaggi che caddero nelle mani dei vincitori.
La vittoria del Vendóme rendeva pericolosa la situazione degli Imperiali intorno a Mantova perchè, guadagnato il Po, alle spalle potevano i Francesi tagliar loro la ritirata verso le Alpi. Per evitare la trappola Eugenio di Savoia tolse l'assedio da Mantova e si fortificò a Borgoforte, mentre il nemico occupava Reggio, Carpi e Modena e minacciava Guastalla e Suzzara ch'erano in potere degli Imperiali.
Data la vicinanza dei due eserciti una battaglia era inevitabile: essa fu combattuta a Suzzara nell'agosto del 1702 e fu sanguinosissima; i Francesi sostennero con molto vigore l'urto delle ali imperiali, comandate, la destra dal principe di Commercy, la sinistra dallo Stahremberg, ma stavano per essere travolti al centro dall'impeto della cavalleria nemica e dal fuoco terribile dell'artiglieria quando Filippo V e il Vendóme con abili mosse rialzarono le sorti pericolanti del loro esercito. La battaglia ebbe termine senza la vittoria di alcuno dei combattenti; ma Eugenio di Savoia credette opportuno allontanarsi e, lasciate in balia dei Francesi Guastalla, Suzzara e Borgoforte, andò a porre il campo oltre il Mincio.
Dopo la battaglia di Suzzara la guerra in Italia subì un rallentamento; cominciò invece a svolgersi con grande furore in Germania, dove la fortuna arrise ai Francesi comandati dal generale Villars, il quale, congiuntosi col duca di Baviera dopo aver cacciati oltre il Reno gli imperiali e averli sconfitti a Friedlingen, entrava a Innsbruck, mentre il duca di Vendóme marciava su Trento per unirsi con lui e gettarsi insieme contro Vienna.
Sebbene la guerra non volgesse propizia per l' impero, il duca di Savoia si manteneva nel proposito di unirsi alla lega contro Luigi XIV. Fin dal febbraio del 1702 egli aveva iniziato trattative segrete con l'imperatore chiedendo il Monferrato e il Milanese, eccettuate Mantova e Cremona, che sarebbero rimaste all' impero, e cedendo ai Gonzaga la Savoia. Le sue richieste non vennero accettate; gli si offrirono invece Alessandria e i feudi delle Langhe e Valenza, che Vittorio Amedeo avrebbe accettato se gli avessero dato anche Novara e la Valsesia.
Ma neppure queste proposte vennero accolte; infine al duca di Savoia si propose di darE il Monferrato, l'Alessandrino, Valenza, la Lomellina e la Valsesia e di riconfermargli il dominio sulle Langhe. Su queste basi venne stipulato, l' 8 novembre del 1703, un accordo col quale Vittorio Amedeo s'impegnava di non rifare le fortificazioni di Casale e l' imperatore prometteva di aiutare il duca a conquistare le terre possedute dalla Francia al di qua del Monginevro. Vittorio Amedeo conservava gli eventuali diritti di successione al trono di Spagna, avrebbe ricevuto alla conclusione della pace il territorio di Vigevano e le cinque terre nel Novarese e avrebbe tenuto per sè le eventuali conquiste fatte nel Delfinato e nella Provenza mentre la Casa d'Austria avrebbe tenuto quelle fatte nella Franca Contea e nella Borgogna. L' Inghilterra e l'Olanda garantivano l'osservanza dei patti.
Luigi XIV, avuto sentore del trattato concluso dal duca di Savoia, ordinò al Vendóme di arrestare tutti i piemontesi - oltre diecimila - che militavano sotto le bandiere di Francia e di marciare con l'esercito verso il Piemonte. Allora Vittorio Amedeo II dichiarò guerra al potente monarca francese, affermando di non voler più rimanere in un'alleanza che gli altri avevano sempre violato e dicendosi disposto a morire con le armi in pugno pur di non essere ancora umiliato ed oppresso.
La dichiarazione di guerra fu accolta con gioia dai sudditi del duca, i quali, per l'odio che nutrivano contro i Francesi, si sobbarcarono volentieri a sostenere le ingenti spese e a sopportare i danni di una pericolosa campagna. Dalla Lega vennero a Vittorio Amedeo aiuti di denaro e di soldati: l' Inghilterra e l'Olanda gli mandarono centomila scudi, l' impero gl' inviò un contingente di truppe comandato dallo Stahremberg.
Ben presto il Piemonte provò gli orrori della guerra: due eserciti francesi lo invasero, uno al comando del duca di Vendòme, l'altro al comando del conte di Tessè e nell'estate del 1704 se ne aggiunse un terzo, capitanato dal duca de la Feuillade, il quale, varcato il Moncenisio, marciò contro Susa e dopo sei giorni la occupò. Nel medesimo tempo il Vendóme espugnava Vercelli, ne distruggeva le fortificazioni e faceva prigioniero il presidio composto di tredici battaglioni e di cinquecento cavalli, impadronendosi anche dell'artiglieria e delle munizioni.
Alla presa di Vercelli seguì quella d'Ivrea, della Val d'Aosta e della fortezza di Bard, dopo di che l'esercito del Vendòme potè congiungersi con quello del de la Feuillade. Anche il castello di Nizza e Monmeliano, ultima fortezza della Savoia che ancora resisteva, caddero nelle mani dei Francesi; Verrua seguì la sorte delle altre e al principio del 1705 altro non rimase di tutti i suoi stati a Vittorio Amedeo che Torino, all'assedio della quale mosse il nemico con tutte le sue forze.
Mentre in Piemonte la guerra procedeva male pel duca di Savoia, negli altri fronti i collegati riportavano clamorosi successi contro le armi di Luigi XIV e di Filippo V.
Ad Hochstàdt l'elettore di Baviera e i marescialli francesi Marsin e Tallard, il 13 agosto del 1704, venivano gravemente sconfitti dalle forze unite di Eugenio di Savoia e del Marlborough lasciando sul campo dodicimila tra morti e feriti e nelle mani del nemico l'artiglieria, le bandiere, i bagagli e quattordicimila prigionieri: tra questi il maresciallo Tallard. Nei Paesi Bassi inolte il Marlborough batteva i Francesi a Ramillies e nella Spagna Filippo V era sconfitto dall'esercito dell'arciduca Carlo d'Austria e dalla flotta dell'Inghilterra, la quale impadronendosi di Minorca, Porto Mahon, e Gibilterra, iniziava la sua politica mediterranea.
Perché la guerra potesse procedere vittoriosamente per la Lega in tutti i fronti occorreva mandare in Italia grandi rinforzi che liberassero il duca di Savoia dalla grave situazione in cui si trovava. Dietro consiglio dell'Inghilterra e dell'Olanda, l' imperatore Francesco I, successo al padre Leopoldo, mandò in Italia un forte esercito al comando del principe Eugenio, il quale, sceso dalle Alpi, puntò verso l'Adda. A contendergli il passo il duca di Vendóme, che a Cassano, il 16 agosto del 1705, ingaggiò battaglia con gli imperiali. Durissimo fu il combattimento, che, cominciato nelle prime ore pomeridiane, terminò al tramonto; circa ottomila uomini caddero sul campo e numerosi furono quelli che perirono annegati nell'Adda; fra i morti si contarono il principe Giuseppe di Lorena e i generali Leiningen e Bibra.
La vittoria non fu di nessuno; ma gl'imperiali non riuscirono a passare l'Adda e andarono ad accamparsi nel territorio di Treviglio. La battaglia di Cassano fece comprendere al principe Eugenio che con le forze di cui disponeva non era possibile cacciare fuori il nemico dal Piemonte; fece quindi ritorno in Austria per procurarsi altre truppe, lasciando al comando dell'esercito rimasto in Italia il generale Reventlov.
Questi, nell'aprile del 1706, mosse contro i Francesi, ma a Calcinato sul Chiese venne sconfitto e si ritirò a Gavardo ad aspettarvi il ritorno di Eugenio di Savoia. Dopo la vittoria di Calcinato il duca di Vendóme si proponeva di gettarsi su Torino, quando venne da Luigi XIV richiamato in Francia per essere impiegato nei Paesi Bassi contro il Marlborough.
A succedergli nel comando dell'esercito operante in Italia, in attesa che giungesse il duca d'Orléans, fu chiamato il maresciallo Marsin, lo sconfitto di Rochstàdt, il quale, premuto dalle truppe imperiali, non seppe far di meglio che ritirarsi lentamente dalle posizioni conquistate per andarsi a congiungere col de la Feuillade, che già aveva incominciato l'assedio di Torino.
Nella primavera del 1706 la capitale del Piemonte era quasi circondata e stretta da ben sessantotto battaglioni francesi di fanteria e ottanta squadroni di cavalleria; centoventotto cannoni di grosso calibro e cinquanta mortai lanciavano incessantemente proiettili contro la cittadella, i bastioni e le ridotte di porta Susina e del Soccorso.
Torino, dotata tutt' intorno di solide fortificazioni, aveva viveri e munizioni per parecchi mesi, era dotata di trenta cannoni e ventiquattro mortai, che controbattevano egregiamente il tiro degli assediati, ed era presidiata da millecinquecento soldati di cavalleria e da ventitrè battaglioni di fanti, dei quali solo sei austriaci.
Vittorio Amedeo II, invece di rimanere inoperoso nella sua capitale, in attesa che gli eserciti della lega entrassero nel Piemonte per cacciarne i Francesi, uscì con un forte corpo di milizie col proposito di tenere aperte le vie di comunicazione, rifornire la città di viveri e munizioni e nello stesso tempo stancare il nemico molestandolo continuamente. Il de la Feuillade, appena vide il duca allontanarsi da Torino, gli corse dietro, sperando di farlo prigioniero e terminare così la guerra; ma Vittorio Amedeo non era uomo da lasciarsi cogliere alla sprovvista: con celerissime mosse fuggiva agli inseguimenti; abbondantemente informato dai contadini, eludeva e sventava gli agguati del nemico; piombava improvvisamente sulle retroguardie francesi o su schiere nemiche lontane dal grosso e le sbaragliava; intercettava i rifornimenti e catturava le colonne che recavano le vettovaglie.
Mentre il duca percorreva la campagna, il presidio di Torino sosteneva vigorosamente l'assedio. Il comando supremo delle forze assediate era tenuto dal conte Daun, il governo della città dal marchese Isnardi di Caraglio, che si era distinto nella difesa di Nizza, la cittadella era governata dal barone della Rocca d'Allery, che aveva valorosamente difeso la fortezza di Verrua; sopraintendente alle fortificazioni era il Bertola; coadiuvavano il marchese Isnardi i due sindaci della città: il conte di Valfenere e l'avvocato Broccardo.
Durante il memorabile assedio tutta la cittadinanza, senza distinzione di sesso, di ceto e di età, diede bellissime prove di costanza, di fede, di patriottismo e di valore; molti cittadini che presero le armi riuscirono a formare otto battaglioni che resero preziosi servigi alla difesa; il clero, infiammato dall'ardente parola dell'arcivescovo Vibò e dall'esempio del padre Sebastiano Valfrè, si prodigò ammirevolmente in atti di pietà; gli orfani e i poveri degli ospedali diedero la loro opera negli scavi e nel trasporto delle munizioni; numerose donne furono impiegate a trascinar fascine od altro nei luoghi battuti dalle artiglierie nemiche, mostrando grande coraggio e sprezzo del pericolo.
Si combatteva di giorno e di notte; i Francesi sferravano frequenti e vigorosi assalti ai bastioni, ma sempre venivano sanguinosamente respinti; piovevano i proiettili nella città recando strage e rovine, ma il coraggio dei difensori non venne meno un solo istante e quando il nemico, visti inutili tutti i tentativi di prendere a viva forza la città, cominciò a scavar mine e gallerie, gli assediati non si sgomentarono e risposero scavando altre gallerie e alle mine opponendo contromine.
Enumerare tutti gli atti di valore dei Torinesi sarebbe lungo: valga per tutti quello del biellese Pietro Micca, che, col sacrificio della propria vita, salvò la patria.
Era la notte del 23 agosto del 1706. Per il giorno dopo il duca d'Orléans, che era giunto con grandi rinforzi di truppe francesi, aveva ordinato un assalto generale. Quella notte, come sempre, gli assediati facevano buona guardia per impedire che i nemici tentassero delle sorprese dalle numerose brecce aperte nelle mura e dalle gallerie sotterranee. In una di queste gallerie scavata presso la porta del Soccorso vigilavano alcuni soldati. Sul far della mezzanotte essi videro quattro granatieri francesi penetrar silenziosamente nel sotterraneo. Affrontarli e spacciarli a colpi di daga fu questione di pochi minuti; tre altri granatieri venuti dopo seguirono la sorte dei primi, ma dietro di loro vennero altri ed ebbero ragione dei difensori, poi occupata la galleria, si diedero a tempestar di colpi una porta che metteva in comunicazione con un'altra galleria di contromina.
Dietro la porta stavano Pietro Micca e un soldato. L'oscuro minatore pensò di correre alla porta del Soccorso per avvisare del pericolo i soldati che vi stavano di presidio, ma, visto che gli sarebbe mancato il tempo, fatti pochi passi tornò indietro. I Francesi intanto si affaccendavano dietro la porta per abbatterla. Pochi minuti ancora e questa sarebbe stata divelta e i nemici avrebbero fatto irruzione entro la città. Una sola cosa si poteva tentare per impedire il passo ai Francesi: dar fuoco ad una mina preparata dietro la porta. Pietro Micca sapeva che era impossibile scampare alla morte, pure non esitò un istante pur di salvare la città. Al soldato che gli stava vicino e che non gli sembrava troppo svelto disse: levati, sei più lungo di una giornata senza pane; lasciami, salvati. Altri affermano che aggiungesse: raccomanda al governatore i miei figliuoli e la mia moglie perchè fra pochi minuti non avranno più nè padre nè marito.
Il soldato si pose in salvo; Pietro Micca allora diede fuoco alla mina e questa, scoppiando fragorosamente, seppellì lui e parecchie centinaia di granatieri francesi che già avevano occupato il terreno sovrastante. Al rumore, accorsero numerosi soldati piemontesi, i quali, postisi a guardia di quel luogo, impedirono che i nemici, approfittando dello scompiglio e della rovina, tentassero di penetrare dentro Torino.
Il giorno dopo, com'era stato deciso, il duca d'Orléans diede con tutte le sue truppe l'assalto alla città. Lo sforzo maggiore del nemico venne fatto contro la ridotta di porta Susina, la quale sarebbe senza dubbio caduta in potere degli assalitori se non si fosse ripetuto l'eroico atto di Pietro Micca. I minatori, che stavano di guardia di quel baluardo, visto il pericolo, diedero fuoco ad una mina che fece saltare in aria un gran numero di Francesi che si trovavano presso la ridotta, costringendo a fuga precipitosa i superstiti.
Calava intanto con poderosi rinforzi imperiali il principe EUGENIO DI SAVOIA. Per giungere nel Piemonte egli doveva attraversare una vasta regione occupata dai nemici, che, in campo aperto o dalle fortificazioni, potevano ostacolarlo potentemente e impedirgli di giungere in tempo a salvare Torino; ma il grande generale, con un'abilissima marcia che rappresenta una delle pagine più belle della sua vita militare, seppe evitare tutti gli ostacoli e congiungersi con il cugino Vittorio Amedeo che si trovava accampato a Carmagnola. Questi, quando seppe dell'avvicinarsi del principe, gli andò incontro a Villastellone, e tutti e due, unite le loro forze che sommavano a diecimila cavalli e ventiquattromila fanti, andarono a mettere il campo tra Chieri e Moncalieri.
Di là i due cugini, seguiti da uno stuolo di ufficiali, salirono sul colle di Superga per dare l'annunzio del loro arrivo alla città assediata, osservare l'accampamento nemico e stabilire da qual parte avrebbero attaccato i Francesi. I quali, appena ebbero notizia dell'arrivo dell'esercito imperiale, riunirono un consiglio di guerra. Diversi furono i pareri dei capi: il duca d'Orléans e il de la Feuillade proponevano che si assalisse il principe Eugenio in campo aperto, il maresciallo Marsin ed altri erano del parere di aspettar nelle trincee l'assalto dei nemici. Prevalse quest'ultimo consiglio.
All'alba del 7 settembre del 1706 tutto l'esercito austro-piemontese mosse all'assalto del campo trincerato dei Francesi. L'ala sinistra, operante dalla parte della Stura, era comandata da Vittorio Amedeo, l'ala destra sotto il comando di Eugenio di Savoia operava dalla parte della Dora Riparia. Anche le milizie assediate in Torino vollero prender parte alla battaglia e dieci battaglioni, guidati dal conte Daun, uscirono dalla porta Susina e si gettarono sul nemico mentre i tetti delle più alte case si gremivano di gente desiderosa di assistere al combattimento che doveva decidere delle sorti della città.
Aspra oltre ogni dire fu la battaglia. I Francesi si difesero con grande bravura fulminando gli assalitori con un fuoco nutrito di moschetteria e con i cannoni caricati a mitraglia e più volte respinsero gli austro-piemontesi che con furore ritornavano ripetutamente all'assalto. Ma l'impeto dei confederati alla fine ebbe ragione dell'ostinata resistenza, francese. Vittorio Amedeo, caricando coni suoi piemontesi il nemico, ne travolse rovinosamente le difese e irruppe nel campo. Dalla parte della Dora i Francesi fecero più lunga resistenza, ma quando seppero che dall'altro lato i trinceramenti erano stati rotti e superati, si ritrassero disordinatamente indietro e, dopo aver tentato un supremo sforzo per rialzare le sorti della battaglia, completamente battuti si diedero alla fuga, incalzati fino ad Avellana e decimati dai montanari nel ripassare le Alpi.
Grande fu il bottino che fecero i vincitori: caddero nelle loro mani oro, argento, tende, equipaggi, bagagli, duecento cannoni, centocinquanta mortai, cinquemila bombe, quindicimila granate, quarantottomila palle, quattromila casse di cartocci, ottomila barili di polvere, duemila buoi, altrettanti cavalli e cinquemila muli. I morti francesi furono duemila, senza contare quelli annegati nel Po, i prigionieri seimila, i feriti milleottocento. Fra i prigionieri si contarono il maresciallo Marsin, che morì il giorno dopo per le ferite riportate, il generale luogotenente Murcey, il generale di cavalleria La Bretonnière, i marescialli di campo De Semetere e De Villiers, il brigadiere marchese de Bonneval, due colonnelli, cinque luogotenenti-colonnelli, tre colonnelli-sergenti di cavalleria, sessantotto capitani, settantuno luogotenenti, diciotto sottoluogotenenti, quattordici alfieri e venti ufficiali commissari.
Il medesimo giorno della vittoria i confederati entrarono a Torino, accolti dalla popolazione tripudiante. Sul colle di Superga Vittorio Amedeo II, sciogliendo un voto che aveva fatto alla Vergine, fece poi innalzare una magnifica basilica che ricorda la grande vittoria sui Francesi e accoglie le tombe di non pochi membri della casa Sabauda.
Dopo la sconfitta di Torino, le sorti delle armi francesi in Italia precipitarono: furono riconquistate Vercelli, Chivasso, Ivrea, Verrua, il forte di Bard, Crescentino, Pinerolo ed Asti e dei domini sabaudi non rimasero alla Francia che la Savoia, Nizza, Susa e qualche altra fortezza.
Anche la Lombardia spagnola fu perduta: i Milanesi si sollevarono e il Vaudemont e il Medavì, sapendo di non potere resistere ai confederati, che si avvicinavano, abbandonarono con le truppe la città, lasciando però nel castello una forte guarnigione, la quale oppose al nemico un'accanita resistenza. Oltre Milano, caddero in potere degli imperiali Pizzighettone, Tortona e Alessandria, e il Milanese, strappato in breve al nipote di Luigi XIV, fu dato all'arciduca Carlo, competitore di Filippo V.
Il 13 marzo del 1707, tra il principe Eugenio e il conte Medavì fu concluso un armistizio, cui tenne dietro un accordo con il quale si dava facoltà alle truppe francesi di uscire dall' Italia, si stabiliva lo scambio dei prigionieri, si cedeva dai Franco-Ispani il castello di Milano, venivano sgombrate dai Francesi tutte le piazze della Lombardia ed era restituita Modena al duca Rinaldo.
I principi italiani che avevano abbracciato la causa di Luigi XIV furono abbandonati alla loro sorte; così Ferdinando Carlo Gonzaga di Mantova, Ferdinando Gonzaga principe di Castiglione delle Stiviere e Francesco Pico della Mirandola vennero con decreto imperiale spogliati dei loro domini. Gli stati e i principi che s'erano mantenuti neutrali dovettero subire anch'essi le conseguenze della vittoria della Lega: Venezia vide il suo territorio attraversato dagli eserciti imperiali, il granduca Cosimo III di Toscana fu costretto a pagare all'impero le spese della guerra e a permettere che Siena fosse considerata come feudo imperiale, il duca di Parma, sebbene prima delle ostilità avesse inalberato il vessillo pontificio, dovette pagare ottantacinquemila doppie, nè valsero le proteste e la scomunica, anzi ebbe l' intimazione dall' imperatore, che lo riguardava come suo vassallo, di presentarsi a Milano davanti a lui entro quindici giorni per ricevere l'investitura del ducato.
Neppure il duca di Savoia fu risparmiato quantunque membro della Lega; difatti, con palese violazione dei patti, gli fu rifiutato il possesso del territorio di Vigevano e negata l' investitura dei feudi delle Langhe. Anche il Papa ebbe a subire la prepotenza dell' imperatore, che, considerando Comacchio come suo feudo, lo fece occupare e minacciò di fare avanzare le sue truppe su Ferrara. Il Pontefice tentò di far valere con la forza i suoi diritti, poi pensò meglio di scendere ad accordi e nelle trattative avute a Roma col marchese di Priè, ambasciatore imperiale, segretamente stabilì di riconoscere come re di Napoli l'arciduca Carlo, che la Lega aveva proclamato re di Spagna col nome di Carlo III, permise che gli Austriaci presidiassero Comacchio e ridusse a cinquemila gli effettivi delle proprie milizie.
Continuava intanto la guerra contro Luigi XIV e Filippo V. L' Inghilterra e l'Olanda, che volevano anche fiaccare sul mare la potenza della Francia, tentarono ma con esito infelice di impadronirsi del porto e della città di Tolone. Fallito questo tentativo, fu deciso di muovere alla conquista del regno di Napoli. Il 23 giugno del 1707 il conte Daun alla testa di cinquemila fanti e tremila cavalli entrò nel reame indifeso e marciò su Napoli che il 7 luglio accolse con gioia l' invasore. Dopo la presa della capitale tutte le altre terre riconobbero la nuova signoria.
Anche lo Stato dei Presidii e la Sardegna caddero facilmente nelle mani dei Tedeschi, invece la Sicilia, che era governata dal vicerò Los Balbeses, oppose fiera resistenza. Dopo l'impresa di Napoli, il Daun fece ritorno in Piemonte e due volte cercò, ma invano, di cacciare i Francesi dalla Tarantasia e dal territorio di Genova. Gli alleati intanto rivolgevano tutte le loro forze al nord della Francia. Nell'estate del 1708 il principe Eugenio di Savoia raggiungeva nelle Fiandre il Marlborough e, data battaglia al duca di Vendóme presso Oudenarde, lo sconfiggeva duramente, costringendo i Francesi ad una ritirata disastrosa e a sgombrar Lilla che fu occupata dagli alleati.
Con la vittoria di Oudenarde e la presa di Lilla la Francia si trovava esposta all' invasione nemica. Nelle tristi condizioni in cui versava, Luigi XIV depose il suo orgoglio e chiese la pace, promettendo che avrebbe indotto Filippo V a rinunziare al dominio di Napoli, Sicilia e Sardegna e impegnandosi, in caso che il nipote rifiutasse, di ritirare dalla Spagna tutte le sue truppe. Ma la Lega pretese che il re di Francia cedesse parecchie piazze sui confini dei Paesi Bassi, restituisse l'Alsazia e scacciasse dalla Spagna Filippo. Erano condizioni pesanti e inaccettabili per l'arrogante monarca francese e, troncate le trattative, si diede nuovamente la parola alle armi. Nel settembre del 1709 un esercito francese comandato dal maresciallo Villars fu sconfitto a Malplaquet dai confederati, e Luigi XIV chiese nuovamente la pace e trovò l'Olanda e l' Inghilterra disposte ad accogliere la domanda. Queste due potenze oramai erano stanche della lunga guerra; avevano inoltre interesse di non continuare nell'alleanza con l'Austria perchè, essendo morto l' imperatore Giuseppe I senza prole maschile, il fratello Carlo, suo erede e competitore di Filippo V, sarebbe stato troppo potente unendo alla corona d'Austria quella di Spagna. A dare una spinta maggiore alla pace concorsero più tardi le vittorie riportate il 9 e il 20 dicembre del 1710 dal duca di Vendóme sugli austriaci a Brihuega e a Villaviciosa in Ispagna. L'Inghilterra mandò in Francia l'abate Gualtier, il quale, insieme col conte di Oxford e con lord Bolinghroke, iniziò trattative segrete con Luigi XIV, le quali portarono ad un accordo tra le due potenze concluso con il consenso di Filippo V. Due convenzioni preliminari vennero sottoscritte: nella prima si stabiliva che Luigi XIV riconoscerebbe Anna come regina d' Inghilterra e l'ordine di successione nella linea protestante d'Annover, che si stipulerebbe un nuovo trattato di commercio tra i due Stati, che si demolirebbe Dunkerque, che gl' Inglesi conserverebbero Gibilterra, Porto Mahon e l' isola di S. Cristoforo e inoltre si renderebbero loro l' isola di Terranova e la baia di Hudson; nella seconda si conveniva fra l'altro che Luigi XIV s'impegnerebbe per la separazione delle due corone di Francia e di Spagna, che cederebbe all'Olanda una linea di piazzeforti e che non si opporrebbe alla costituzione di una barriera sicura a favore dell' imperatore e di Vittorio Amedeo II. Ai confederati venne data comunicazione dei soli articoli che riguardavano la pace generale e fu stabilito di convocare un congresso in Utrecht per il gennaio del 1712. Il congresso venne aperto il 23 gennaio. La Francia era rappresentata dal maresciallo d'Hugelles, dall'abate di Polignac e da Nicolò Mesnager; l' Inghilterra dal vescovo Robinson di Bristol e dal conte di Stofford; l'Olanda da Vander Dussen e Buys ed altri diplomatici; l'imperatore Carlo VI dal conte Sinzendoff, dal conte Diego Hurtado di Mendoza e dal consigliere Consbruke; il Portogallo da Luigi d'Accenha dal conte di Taronca; il re di Prussia dal conte Doenhoff, dal conte Metternich e dal barone Biberstein; il duca di Savoia dal marchese Solaro del Borgo, dal conte Annibale Maffei e dal consigliere Pietro Mellarede. Il duca di Savoia chiese di esser chiamato, dopo la casa d'Austria, alla successione di Spagna, che gli fossero restituite tutte le terre occupategli durante la guerra, che Luigi XIV gli cedesse Fenestrelle, Exilles, Castel Delfino, Monte Delfino, il distretto di Brianeon, la valle di Queiras, il forte di Barreaux, alcune terre oltre il Rodano e Monaco, che fossero rispettate tutte le cessioni fattegli da Leopoldo I col trattato del 1703, e che gli fosse infine permesso di fortificare i luoghi cedutigli. Anche gli altri stati italiani presentarono le loro richieste al congresso: Venezia domandò di esser indennizzata dei danni sofferti, i duchi di Guastalla e di Mirandola di essere rimessi nei loro stati, il duca di Parma chiese di succedere alla corona granducale di Toscana all'estinzione della casa medicea; Gian Gastone de' Medici domandò come indennizzo i porti del Senese. L' imperatore pretendeva per sé non solo il possesso della Spagna, ma anche l'Alsazia e gli acquisti che la Francia aveva fatti con i trattati di Miinster, di Nimega e di Ryswick; ma queste richieste erano inaccettabili da parte di Luigi XIV, il quale, prometteva di riconoscere Carlo VI, il re di Prussia e l'elettore di Annover, si impegnava di dare ogni garanzia perché Filippo V non fosse mai re della Francia e della Spagna e delle colonie americane.
Non potendosi venire ad un accordo il congresso fu sospeso, ma continuarono le trattative tra Londra e Parigi e il 22 giugno del 1712 la Francia e l'Inghilterra stipularono un armistizio di sei mesi, impegnandosi di fare tutto quello ch'era possibile allo scopo di procurare la conclusione della pace generale. L'Inghilterra riuscì di convincere Filippo V ad accontentarsi della Spagna e dell'America e a cedere la Sicilia a Vittorio Amedeo di Savoia, ma Carlo VI rifiutò di accettare le disposizioni relative alla Sicilia e mandò un esercito contro i Francesi. Questi però, guidati dal Villars, rimasero vittoriosi alla battaglia di Denain combattutasi nel luglio del 1712.
Carlo VI temendo che i suoi antichi alleati gli si voltassero contro, nel marzo del 1713 sottoscrisse ad Utrecht una convenzione per lo sgombero della Catalogna e per l'armistizio d' Italia, ma non volle un mese dopo, aderire alle proposte di pace fatte dalla Francia. Le trattative fra i contendenti furono continuate senza che lui potesse confutare la stipulazione di vari trattati.
Vittorio Amedeo II ne sottoscrisse due: uno con la Francia e l'altro con la Spagna. Quello con la Francia costava di venti articoli. Luigi XIV restituiva la Savoia, Nizza e tutti gli altri luoghi occupati durante la guerra; cedeva la valle di Pragelas suoi forti di Exilles e di Fenestrelle, le valli di Oulx, Cesana, Bardoneche, Castel Delfino e tutto il versante piemontese delle Alpi; riconosceva Vittorio Amedeo re di Sicilia, gli assicurava la successione di Spagna qualora si estinguesse la dinastia di Filippo V ed approvava le cessioni fattegli dall' imperatore Leopoldo con il trattato del 1703; in cambio il duca di Savoia cedeva alla Francia la valle di Barcellonetta con le sue dipendenze.
Con il secondo trattato Filippo V cedeva al duca di Savoia la Sicilia e le isole dipendenti le quali però dovevano tornare alla Spagna nel caso che si estinguesse la prole maschile Sabauda. Oltre questo si riconosceva a Vittorio Amedeo il diritto di succedere al trono spagnolo qualora fosse mancata una discendenza maschile di Filippo V.
Con la pace di Utrecht terminava la guerra tra la Francia da una parte e l' Inghilterra, l'Olanda e il Piemonte dall'altra e da queste ultime potenze Filippo era riconosciuto re della Spagna. Rimanevano ancora in lotta la Francia e l'impero; ma questa guerra, data la stanchezza dei due stati, non doveva durare a lungo. Manifestatosi desiderio di concludere la pace, si scelse come luogo delle trattative il castello di Radstadt e qui convennero il principe Eugenio di Savoia come plenipotenziario imperiale e il maresciallo di Villars come plenipotenziario francese. Le conferenze cominciarono nel novembre del 1713 e il 7 marzo del 1714 venne firmato un trattato, che, confermato più tardi a Basilea, pose fine alla guerra di successione di Spagna, ch'era durata undici anni.
VITTORIO II AMEDEO DI SAVOIA dopo i drammatici eventi dell'assedio di Torino del 1706, grazie alle vittorie conseguite con gli alleati sui Francesi riottenne la Savoia ed ebbe in compenso la Sicila (assumendo di conseguenza il titolo di RE) ed il Monferrato: la REPUBBLICA DI GENOVA, che pure in qualche modo aveva soccorso i Savoia nei momenti più drammatici del 1706 proprio mentre andava indebolendosi si trovò gravitare dall'oltregiogo uno Stato storicamente ostile e sempre più vigoroso quanto desideroso di ampliare il possesso della ricca costa e dei suoi importanti approdi" [FONTE = www.cronologia.leonardo.it - CRONOLOGIA]