Informatizzaz. a cura di B. E. Durante

FEDERICO CESI
(Pietro Fachetti , Ritratto di Federico Cesi Roma, Palazzo Corsini, Accademia Nazionale dei Lincei).
Federico Cesi nasce a Roma, nel palazzo di via della Maschera d'Oro, il 26 febbraio 1585 da Federico, marchese di Monticelli (dal 1588 primo duca di Acquasparta, e dal 1613 principe di San Polo e di Sant'Angelo), e da Olimpia Orsini di Todi. Primogenito maschio di undici figli legittimi, viene battezzato il 13 marzo 1585 nella chiesa di San Simeone, adiacente al palazzo. Il duca, padre di Federico, ha fama di essere un uomo di cattiva indole, grossolano e ignorante, pessimo amministratore dell'ingente patrimonio della casata, mentre la duchessa madre è una donna pia e raffinata, che esercita molta influenza sull'educazione del figlio.
Pochissime sono le notizie sull'infanzia e l'adolescenza di Federico; la sua formazione viene curata da due "lettori" privati, ai quali si affiancano, in un secondo momento, Francesco Stelluti, per la geografia, e Johannes van Heeck, per la filosofia. Lo stretto legame che unisce Federico con i suoi due maestri e con Anastasio de Filiis, parente dei Cesi, sancisce la nascita del sodalizio linceo nel 1603.
Nel 1614 sposa la giovane Artemisia Colonna, figlia di Francesco principe di Palestrina e di Ersilia Sforza, che muore dopo appena due anni senza avere avuto figli. Nello stesso anno, 1616, sposa in seconde nozze Isabella Salviati, figlia di Lorenzo marchese di Giuliano e di Maddalena Strozzi. In onore degli sposi Stelluti pubblica l'epitalamio "Il Pegaso".
Dall'unione nasce nel 1623 un primo figlio maschio, Federico, che muore dopo tre giorni dalla nascita. Nel 1626 nasce un secondo maschio, morto anch'egli appena nato. Delle due figlie femmine, una prende il velo e l'altra sposa in prime nozze il marchese Ludovico Lante e, in seconde nozze, Paolo Sforza marchese di Proceno.
Il Celivago, come viene chiamato Federico all'interno dei Lincei, muore nel palazzo di Acquasparta, prematuramente e senza lasciare testamento, il 1° agosto 1630 a 45 anni.
Federico Cesi, nobile umbro
Federico Cesi era un patrizio umbro che nel 1603, quando aveva diciotto anni, fondò a Roma un sodalizio con tre amici, l'olandese Giovanni Heckius (italianizzato in "Ecchio") e altri due umbri, come lui, Francesco Stelluti e Anastasio de Filiis, denominando tale compagnia Academia Lynceorum, 'Accademia dei Lincei', per l'eccezionale acutezza di sguardo attribuita alla lince […]. Nella volontà di Federico Cesi, oggetto dello studio suo e dei suoi compagni erano tutte le scienze della natura, indagate con libera osservazione sperimentale, al di là da ogni vincolo di tradizione, anche se con atteggiamento di rispetto nei confronti della precedente tradizione aristotelico-tolemaica. Le novità erano grandi, a cominciare dall'interesse per le scienze della natura, tenuto anche conto della folla di accademie essenzialmente letterarie della società italiana fra la fine del Quattrocento, il Cinquecento e il Seicento: basti pensare all'Accademia della Crusca, della seconda metà del Cinquecento, linguistico-letteraria, fino alla seicentesca Accademia dell'Arcadia, poetico-letteraria, tanto per ricordarne le più illustri e ancor oggi esistenti. Federico Cesi estese la sua Academia Lynceorum a molti altri dotti italiani e stranieri, fino al numero di una trentacinquina; il che dice la severità di ammissione del Cesi, ma insieme anche la sua volontà di estendere l'Accademia fuori dai confini di Roma […]: ecco il napoletano Della Porta, ecco il tedesco Faber Schmidt, che fu a lungo Cancelliere dell'Accademia; con estensione anche dei temi trattati, fino al Tesoro messicano, sulla flora, sulla fauna e sulla farmacopea del Nuovo Mondo. L'Heckius presentava i Lincei come "arcanorum sagacissimi indagatores scientiarum et paracaelsicae dediti disciplinae" […].
[a cura di Ignazio Baldelli]


TESTO TRATTO DAL
" COMITATO NAZIONALE PER IL IV CENTENARIO DELLA FONDAZIONE DELLA ACCADEMIA DEI LINCEI.
Tesoro Messicano, o più precisamente il Rerum Medicarum Novae Hispaniae Thesaurus, è l'ultima opera collettiva dell'Accademia cesiana, e rappresenta il risultato finale di un'iniziativa Lincea durata quasi mezzo secolo, basata su una stretta collaborazione scientifica tra Spagna e Italia.
Il merito della diffusione in tutto il mondo dell'opera spetta principalmente a uno dei fondatori dei Lincei, Francesco Stelluti che dopo la morte di Federico Cesi si preoccupa di portare avanti l'opera del sodalizio, e in particolare la stampa e la diffusione di gran parte di quel materiale scientifico che lo spagnolo Francisco Hernandez aveva raccolto nelle terre della Nueva Hespaña, l'attuale Messico.
Il Tesoro è un'opera molto complessa, e le vicende che culmineranno con la sua pubblicazione definitiva, nel 1651, risalgono al 1570, quando Filippo II Re di Spagna nomina uno dei suoi medici di corte, Franciso Hernandez appunto, Protomedico delle Indie, affindandogli il compito di recarsi in Messico per studiare la natura del Nuovo Mondo sotto il profilo delle applicazioni mediche.
Per sette anni, fino al 1577, il medico spagnolo percorre tutto il Messico raccogliendo piante, animali, minerali, un ricchissimo erbario e dati di ogni sorta, animato da una genuina curiosità scientifica che andava ben oltre l'incarico ricevuto.
Coadiuvato da abili artisti indigeni, durante una sosta a Città del Messico, fa disegnare e colorare centinaia di piante e animali, raccogliendo così una documentazione unica e straordinaria della fauna e della flora del Nuovo Mondo.
Di ritorno in patria, la sua opera viene accolta piuttosto freddamente dal Re, che desidera solamente un elenco di piante da importare in Europa per essere utilizzate come medicinali e non certo una raccolta, enorme, di nomi incomprensibili e assolutamente sconosciuti.
Pertanto, il sovrano stabilisce che il materiale raccolto da Hernandez venga archiviato nella biblioteca dell'Escorial e che un altro medico, Leonardo Recchi, da Monte Corvino, provveda a redigere un manoscritto che illustri solo quelle piante dotate di virtù terapeutiche che possano essere utilizzate per gli scopi che la missione si era a suo tempo prefissata.
Nel 1589, di ritorno in Italia, Recchi porta con sé una copia del manoscritto e alcune tavole dipinte che destano ammirazione e stupore in Giovambattista Della Porta e in Fabio Colonna.
Alla morte del medico, il manoscritto passa nelle mani del nipote ed erede Marco Antonio Petilio, il quale, intorno al 1610, ne fa dono a Federico Cesi.
Il giovane fondatore dell'Accademia si adopera subito affinché il manoscritto venga stampato e conosciuto, non trascurando il fatto che il testo, scritto venti anni prima, necessita di una revisione e di un aggiornamento.
Consultandosi con Francesco Stelluti, ne affida il lavoro di esegesi e commento ad alcuni esperti di botanica che nel frattempo erano entrati a far parte del sodalizio linceo: Giovanni Faber (Johannes Schmidt), Giovanni Terrenzio e Fabio Colonna.
A questi si aggiungono Francesco Stelluti, autore degli indici, e Cassiano dal Pozzo.
Federico Cesi da parte sua, oltre a sovrintendere sul lavoro , si impegna a promuoverne la stampa.
Negli anni successivi, quando sia Terrenzio sia Dal Pozzo hanno la possibilità di compiere un viaggio a Madrid per studiare le tavole originali di Hernandez, i Lincei si adoperano a portare a termine l'impegno preso.
Il lavoro procede però alquanto lentamente, anche per la grande quantità di illustrazioni che l'opera contiene - solo nelle prime 899 pagine vi sono 800 figure- e non è esente da critiche, visto che Cesi non è particolarmente soddisfatto del lavoro svolto da Terrenzio, a suo giudizio affrettato e poco scrupoloso.
Gli sforzi dei Lincei ottengono un primo risultato concreto nel 1628, due anni prima la morte di Federico, quando viene portata a termine la stampa dell'opera da pagina 1 a pagina 936 con frontespizio di M.
Greuter.
Nel 1630 e nel 1648 vengono stampati rispettivamente il II e il III frontespizio.
Dopo che una delle figlie di Federico Cesi, la duchessa Olimpia Cesi, aveva donato tutte le copie di cui disponeva ad Alfonso de Las Torres, vengono stampati per merito dello stesso de Las Torres gli indici, il nuovo frontespizio e il secondo Tomo dell'opera.
Tuttavia, come sottolinea lo Stelluti, l'iniziativa, seppur assai lodevole, non ha mancato di creare una certa confusione: Vi è una certa confusione nell'inserire i fogli stampati dubitiamo che detti fogli siano stati imballati tra quelli andati in Spagna… A peggiorare le cose i librai romani Deversini e Masotti, ai quali erano state cedute alcune copie con questo assemblaggio, pretendono di inserire il loro nome nel frontespizio del 1651, dando origine all'ennesima versione dell'opera lincea.
In questo proliferare di versioni, lo Stelluti non riesce nemmeno a ottenere una copia dell'opera promossa dal Torres.
Con il congedo del Lynceus superstes a pagina 951, aggiunta dallo stesso Stelluti alle copie del Tesoro Messicano che verranno diffuse a Roma e nel mondo ispanico, si conclude il primo periodo della storia dell'Accademia dei Lincei.
La prima parte del Tesoro, che riproduce il Compendio del Recchi, è costituita da dieci libri: il primo intitolato Prolegomena riporta la metodologia seguita da Recchi nell'elaborazione del testo di Hernandez; dal libro 2 al libro 8 troviamo la descrizione delle piante; il nono libro è dedicato alla descrizione degli animali e infine il decimo ai minerali.
La seconda parte del Tesoro- circa quattrocento pagine dalla 454 alla 849- è dedicata alla descrizione di trentacinque animali messicani ad opera di Faber.
La terza parte contiene le Annotationes et Additiones di Fabio Colonna; infine, l'ultima parte del Tesoro è occupata da venti tabelle indicate come Tabulae Phytosophicae, opera di Federico Cesi.
Nel 1992 l'Accademia Nazionale dei Lincei ha presentato in edizione anastatica il testo del volume con il frontespizio del 1649 e registrato presso l'Archivio Linceo al n.
31.
" .